Ultimo aggiornamento  06 dicembre 2019 15:01

Alice Cooper, il muscle rock.

Giuseppe Cesaro ·

“Mio papà ha fatto un sacco di cose per vivere, dall’autista di taxi al venditore di auto usate. Lavorava per un paio di loschi individui e sfortunatamente non riusciva a sbarcare il lunario con le auto usate: non era abbastanza corrotto. Tipo che, quando stava per concludere una vendita e il malcapitato saliva in macchina per allontanarsi, mio papà gli correva dietro per tutto il parcheggio, gridando: ‘Ferma!! Abbiamo taroccato il contachilometri e la fiancata sinistra sta su con lo sputo!’ E naturalmente i due tizi minacciavano di cacciarlo via. Era troppo onesto, tutto qui. Senza contare che, ovviamente, lavorava a provvigione e, se riusciva a vendere un’auto a 300 dollari, a lui ne finivano in tasca al massimo una trentina. A volte, andavo a lavorare con lui: metteva tutto quello che riusciva a risparmiare in una tazza sopra al frigo e quello che c’era in quella tazza erano i soldi per il pranzo. E se non ce n’erano abbastanza, beh allora il pranzo poteva anche essere solo una barretta di cioccolata. A me sembrava fico lo stesso. Mi sentivo al settimo cielo di lavorare al suo fianco, con una barretta di cioccolata per pranzo!

Un tranquillo rocker da paura

Parla Vincent Damon Furnier (Detroit, 4 febbraio 1948: 70 anni domani), noto alle cronache come Alice Cooper: uno degli artisti più “gotici” delll'intero universo rock. Il “più amato entertainer heavy metal” come lo definisce “The Rolling Stone Album Guide”, inserito nella Rock and Roll Hall of Fame dal 2011, è considerato uno dei padri del cosiddetto “shock rock”: definizione quanto mai calzante. Per capire di cosa si tratta non è necessario assistere a una delle sue, tanto spettacolari quanto inquietanti, performance: basta una fuggevole occhiata a una qualunque foto live. “Corpse paint” (trucco cadaverico) d’ordinanza, ghigliottine, forche, sedie elettriche, camicie di forza, bambole impalate, oggetti di tortura e, naturalmente, l’immancabile boa (vivo) intorno al collo. Sebbene i suoi concerti - ambientati in spazi scenici che incarnano la sua idea di Inferno - siano esperienze per “stomaci forti”, Mr. Cooper è un uomo tranquillo e non un satanista alla Marilyn Manson. “Siamo completamente diversi – ha dichiarato qualche tempo fa. Io sono cristiano, credo in Dio, lui in Satana.”

Al contrario del suo epigono Marilyn (anche lui, curiosamente, con nome di donna), dunque, Alice non ha mai voluto terrorizzare nessuno. La sua – ha confessato – è ironia e i suoi personaggi, caricature dei mostri di certi horror anni Settanta. Cooper non è solo l’alter ego di Vincent, quindi, ma ne è, in tutto e per tutto, l’opposto. Il primo vive solo per il tempo dello show: una volta sceso dal palco, scompare per lasciare il posto a un tranquillo padre di famiglia. Come altro definire, infatti, un uomo sposato da ben 42 anni con la stessa donna - Sheryl Goddard (cosa più unica che rara, e non solo nello show-biz), che ama i suoi tre figli, fare la spesa e, soprattutto, giocare a golf? Non per caso, tradotto letteralmente, il titolo della sua autobiografia recita: “Mostro del Golf: la vita di un rocker e i 12 passi per diventare golf-dipendente”. Nei sei mesi l’anno nei quali non è in tournée, Vincent gioca sei giorni a settimana. “La domenica è per il culto”, spiega da bravo figlio di un predicatore della Chiesa di Gesù Cristo. Quello che sale sul palco, dunque, non è altri che un personaggio di pura fantasia, come Jack lo squartatore, Sherlock Holmes o Robin Hood.

Cooper ma non Mini

Lo stesso nome della band non è, come sostiene qualcuno, il risultato di esperimenti con la tavoletta Ouija (quella in uso agli spiritisti, per intenderci), né è stato ispirato a qualche fantomatica strega finita sul rogo a Salem nel XVII secolo. “La storia della strega – ha dichiarato alla BBC – non è altro che una leggenda metropolitana. L’ho sentita probabilmente lo stesso giorno nel quale l’avete sentita voi, ma era una gran bella storia!” La verità è che, agli inizi della carriera, al gruppo di Vincent accadde ciò che accadde ai The Tea Set quando diventarono Pink Floyd (l’Automobile, 27 gennaio scorso). “A Filadelfia – racconta nell’autobiografia - c'era un altro gruppo piuttosto famoso capitanato da Todd Rundgren, si chiamava Nazz. E così, fummo costretti a cambiare nome ancora una volta... La prima cosa che mi uscì dalla bocca fu un nome di ragazza: Alice Cooper… aveva un non so che di speciale: evocava l'immagine di una ragazzina con un lecca-lecca in una mano e un coltello da macellaio nell'altra”. Che dire? Cambiare nome, evidentemente, paga. Pensateci, se avete una rock-band e non siete ancora riusciti a farvi notare. Visto mai?

Una muscle al giorno…

Golf a parte, la grande passione di Vincent/Alice sono le auto. Non auto qualunque, ça va sans dire, ma quelle che oltreoceano chiamano “muscle car”: di serie ma con prestazioni super. "Cavalli vapore e muscle car sono nel mio DNA", ricorda. "Mio padre era l'unico venditore di auto usate onesto a Detroit negli anni '50: morivamo quasi di fame, ma per noi le auto erano tutto”. Se chiedete al suo garage, ve lo confermerà, visto che ospita una collezione davvero impressionante. Mantenere le sue amate vintage come mamma le ha fatte, però, non lo interessa. “Sono già vintage per l’età”, spiega. La verità è che lui adora modificarle: a una dipinge una nuova livrea, a un’altra cambia gli interni, in una terza cambia il motore con qualche belva che si fa spedire da produttori specializzati. “Quello che voglio da un’auto è che sia high-tech e si possa guidare tutti i giorni. Mica le costruisco per tenerle in salotto!" Dite la verità: ne dubitavate?

Incanti all'incanto

Prima passione, una Ford Fairlane GT gialla del 1966: coupé, due porte, trazione posteriore; V8 da 6.384 cc, 335 cavalli, velocità massima 200 km/h, da 0 a 100 in 6,8 secondi. La sua preferita, però, è la Studebaker Avanti. Pare che il nostro ne abbia avute addirittura cinque, inclusa una del ‘63, con compressore Paxton. Qualche anno fa, per poco meno di 30mila dollari, un appassionato ha acquistato una Avanti coupé del 1964 – nera, interni neri - alla quale Cooper aveva montato un motore Corvette LT-1 da 320 cavalli. Tra le muscle che guida più spesso, c’è una Mustang Fastback del 1966: un modello talmente richiesto, che, all’epoca, la Ford riusciva a mala pena a far fronte agli ordini, facendo lavorare a pieno regime ben tre diversi impianti. Pare, però, che la Fastback in questione abbia un motore davvero esagerato, che Alice e Chip Saggau – la persona che lo assiste nella manutenzione ed elaborazione delle auto – hanno impiegato più di un anno e mezzo ad assemblare e montare.

Nel 2010, una sua Fastback del ‘65, rossa e nera, con cambio automatico, servosterzo e servofreno, era andata all’asta, insieme a un set di mazze omaggio del “Mostro del Golf”. Tra gli incanti all’incanto in quell’occasione, una Ford Custom Coupé del ‘32 - autografata dallo stesso Alice - alimentata da un motore Chevrolet da 400 cavalli; una magnifica Auburn Boat Tail Speedster Custom Re-creation del ‘36, costruita a mano e completamente restaurata (pare che solo la riverniciatura sia costata più di 35mila dollari), con un Vortec V8 da 5,3 litri; una Chevrolet Chevelle SS 396 del 1966, con il motore da 325 cavalli completamente ricostruito e un cambio manuale a 4 rapporti al posto della trasmissione automatica originale. Tra le altre muscle messe all’asta da Cooper, anche una Corvette del 1961 - esterni bianco ermellino interni rossi in pelle - accompagnata da una chitarra Fender Stratoscaster Squier bianco perla, autografata dalla rockstar.

Il ricavato? Alla Solid Rock Foundation, un’organizzazione no profit – fondata, nel novembre del ’95, da Cooper e dal suo amico Chuck Savale – che aiuta bambini e adolescenti in difficoltà. "Cerchiamo di offrire ai ragazzi un'opportunità che altrimenti non potrebbero avere", ha spiegato il padrino dello shock rock. "Il nostro obiettivo è aiutarli a trovare strade migliori rispetto a quelle che la vita gli ha offerto". I suoi saranno pure personaggi di fantasia, ma il suo impegno è reale. Né il sole della Paradise Valley, né il successo, evidentemente, sono riusciti a far dimenticare al ragazzino della “Città dei motori” i tempi duri nei quali i suoi riuscivano appena a sbarcare il lunario, e una barretta di cioccolata era tutto il suo pranzo. Sul palco dà vita ai suoi incubi, fuori scena, però, cerca di ricordare a chi non l’ha ancora incontrato cos’è e di cosa può essere capace il sogno americano

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