Ultimo aggiornamento  21 agosto 2019 13:55

In macchina con Muhammad Ali.

Giuseppe Cesaro ·

Roma 1960. Due mani si stringono. Una è bianca, l'altra nera. Lui si chiama Livio, ha 21 anni e viene dal Piemonte. Lei è Wilma, di anni ne ha 20, ed è del Tennessee. Colpo di fulmine? Letteralmente. Né avrebbe potuto essere altrimenti tra due saette come loro. Livio, che di cognome fa Berruti, ha appena vinto l’oro olimpico sui 200 metri (20”5); Wilma (Rudolph), invece, di ori ne ha vinti addirittura tre: 100 (11” netti), 200 metri e staffetta 4x100. È la donna più veloce del mondo.

La prima atleta afro-americana a vincere tre medaglie d’oro nella stessa olimpiade. “Io e Wilma non consumammo mai quell'amore”, confesserà Livio, mezzo secolo dopo. Perché? Perché sul “Tornado” – come l’avevano soprannominata gli americani (per noi italiani rimarrà per sempre la “Gazzella Nera”) – aveva già messo gli occhi un esuberante diciottenne americano, nero anche lui: un giovane pugile di Louisville, Kentucky, intenzionato a vincere l’oro nei mediomassimi. Meglio non stuzzicarlo, suggerì chi lo conosceva.

“Magari non ti prende, ma se ti prende…” E, così, a Livio e Wilma – seguiti come ombre dagli allenatori della squadra Usa – non restano che i brividi di pochi, fugaci, incontri sulle piste. Sempre in pubblico, mai da soli. Sguardi lunghi e lunghi silenzi, qualche abbraccio e un unico, brevissimo, bacio a fior di labbra. Il giovane velocista torinese, però, non si arrende. Mette a punto un piano: aspetterà la fine delle gare e porterà la sua gazzella nera a cena a Trastevere. Al resto, penseranno la magia della ‘Città eterna’ e gli incantesimi del suo irresistibile ponentino.

"Sparì dalla sera alla mattina"

Quando il momento fatidico sembra finalmente arrivato, però, gli americani caricano Wilma e i suoi tre ori su un aereo, e la rispediscono oltreoceano. “Sparì dalla sera alla mattina”, ricorderà Berruti, confessando di essersi sentito tradito e di aver vissuto quella scomparsa come una fuga. Unico sollievo, l’idea di non essere rimasto deluso. “E se non ci fossimo piaciuti?”. Che fine fece – vi chiederete - il giovane pugile del Kentucky? Vinse o no la sua medaglia? La vinse, eccome: d’oro. “Sarò campione olimpico prima dei 21 anni”, aveva dichiarato. E mantenne la promessa. Con tre anni d’anticipo. L’oro di Roma fu solo l’inizio. Non di una storia, però: di una leggenda.

La leggenda di Cassius Marcellus Clay Jr., nato a Louisville, il 17 gennaio 1942. Se, il 3 giugno di due anni fa, complicazioni respiratorie aggravate dal Parkinson non avessero costretto i suoi “secondi” a gettare la spugna, avrebbe compiuto 76 anni mercoledì scorso. Nel 1964, Clay cambia nome e diventa Muhammad Ali. “Cassius Clay è un nome da schiavo – dichiara. Non l’ho scelto e non lo voglio. Io sono Muhammad Ali: un nome di libertà, ora dovete usare quello.” Sarà con quel nome che l’oro di Roma passerà alla storia come “Il Più Grande”. Chissà: superstizioso com’era (pare che Elvis Presley gli avesse regalato un paio di guantoni con la scritta “Il campione della gente”. Lui li indossò una volta sola, perché venne sconfitto e si convinse che portassero sfortuna, Ndr.), forse aveva sentito che un pugile con il suo cognome (“clay”, in inglese, significa “argilla”) difficilmente avrebbe potuto avere la carriera che sognava.

In Cadillac come Sugar Ray

Ora che è “Il Più Grande”, non può certo andare a piedi. Il suo nuovo status, del resto, è chiaro sin dal suo rientro a Louisville. Sulla pista d’atterraggio dello Standiford Field Airport, infatti, la medaglia d’oro di Roma ’60 trova ad attenderlo mezza città, con tanto di majorette e sindaco. Per l’occasione si è anche preparato una breve poesia. Nulla di sorprendente dal punto di vista artistico, s’intende. Quelle poche righe, però, lasciano intuire di che pasta sia fatto il ragazzo e annunciano il mondo che è nata una stella: non solo un grande pugile, ma anche un grande uomo di spettacolo.

“Il mio obiettivo – dice, fissando la folla negli occhi - è fare dell’America la più grande. Per questo ho sconfitto il Russo e il Polacco e, per gli Stati Uniti, ho vinto la medaglia d’oro. E gli italiani mi hanno detto: “Sei più grande anche del Cassio dell’antichità!”. Un corteo di ben venticinque auto, poi, scorta l’eroe del giorno al suo Liceo, dove, oltre alle ragazze pon-pon e a uno striscione con la scritta “Bentornato Campione!”, lo attendono il preside e il sindaco, pronti a dedicargli parole che non avrebbero mai immaginato di rivolgergli. “Dobbiamo essere grati - dice il preside - di aver potuto mandare in Italia un ambasciatore eccellente come Cassius”. “Sei un onore per Louisville – sentenzia il sindaco Hoblitzell – e un’ispirazione per i giovani della nostra città”.

A caccia della "Gazzella nera"

Tanto l’oro dei mediomassimi è spavaldo e sicuro di sé, però, tanto il giovane figlio del Kentucky è timido. Con le ragazze, soprattutto. Peccato che il nostro Livio non lo avesse sospettato. Chissà: forse per lui le cose sarebbero potute andare diversamente. Tant’è. E, mentre il corteo di auto lo scorta a casa, il romantico Cassius pensa alla sua “Gazzella Nera”. A Roma, non ha trovato il coraggio di dirle quello che provava per lei: deve rimediare. Alla sua maniera, però.

Serve un’auto. Non una qualsiasi, ovvio. Serve un simbolo. E quale miglior simbolo di una Cadillac nuova fiammante? Anche qui, però, non una “Caddy” qualsiasi (ammesso che una Cadillac potesse essere considerata un’auto qualsiasi). Clay ne ha in mente una ben precisa. Chissà quante volte l’ha sognata, passando davanti alla concessionaria di Louisville: una Cadillac rosa shocking decappottabile, come quella del grande Sugar Ray Robinson, il suo idolo. A Sugar Ray, tra l’altro, non deve solo la scelta della sua prima auto, ma anche la decisione non rifiutare mai di firmare un autografo.

Pare infatti che, quand’era ancora un bambino, Clay avesse incontrato Sugar Ray e gli avesse chiesto un autografo. “Non ho tempo!”, aveva risposto, con un eccesso di rudezza, il campione. Il piccolo Clay, allora, si era sentito ferito a tal punto da giurare a se stesso che, se fosse diventato famoso, non avrebbe mai rifiutato un autografo a nessuno. Un giuramento al quale non è mai venuto meno. Appena il tempo di familiarizzare con la nuova decappottabile, e lo vediamo imboccare la Interstate 65, mettere la prua a Sud, e volare verso il Tennessee. Clay non sa dove trovare Wilma. Sa, però, dove trovare Edward Stanley "Ed" Temple, il suo allenatore. E, dopo aver quasi bruciato i 300 chilometri che separano Louisville da Nashville, eccolo fuori dalla casa del coach Temple, che mette a dura prova, insieme alle trombe del clacson della “Caddy”, le orecchie di tutto il quartiere. “Tesoro – dice la moglie di Temple, sbirciando fuori dalla finestra per capire cosa stia succedendo – non immagini chi c’è qui fuori. E nemmeno com’è arrivato fin qui!”. “Cosa posso fare per te, campione?”, chiede Ed, affacciandosi alla porta di casa. “Coach, mi può dare l’indirizzo di Wilma? Devo fare due chiacchiere con lei”…

Ali di farfalla, pungiglione d'ape

Il tempo di raggiungere la casa della Rudolph e prelevarla, e la prua della Caddy rosa punta di nuovo verso nord. Si torna a casa. Quello di Cassius e Wilma a Louisville sarà un giro di giostra trionfale. Li troviamo a Walnut Street, in pieno centro (nel 1978, la strada verrà ribattezzata “Muhammad Ali Boulevard”), mentre Clay arringa da par suo la folla: “Sono Cassius Clay, e sono il più grande! Ho vinto la medaglia d’oro e diventerò il Campione del mondo dei pesi massimi!”. E, subito dopo, indicando la ragazza accanto a lui: “Anche lei è la più grande: è Wilma Rudolph ed è la più grande!” E poi, rivolto all’esile fanciulla che non sa più dove guardare: “Alzati, Wilma!”. “Non posso…” “Certo che puoi: alzati!” Lei si schermisce, indugia, cerca di nascondersi, si copre il viso con le mani.

Se potesse, si infilerebbe nel vano portaoggetti, pur di sparire alla vista della folla. Ma il giovane pugile è più determinato che mai. Ha già perso un’occasione a Roma, non commetterà due volte lo stesso errore. "Coraggio, Wilma, alzati!", insiste. Non c’è niente da fare. Il Tornado si arrende: con uno così non c’è verso di spuntarla. Wilma si alza, sorride e saluta la folla. Questa volta, le mani che si stringono sono entrambe nere. Lui ha diciotto anni, lei venti. E il mondo sta per aprirsi davanti a loro, proprio come le ali di folla che fanno largo alla decappottabile rosa, dove una gazzella nera siede accanto a un ragazzo che vola come una farfalla ma colpisce come un’ape.

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