Ultimo aggiornamento  23 febbraio 2019 06:33

Auto, il colore della scelta.

Riccardo Falcinelli ·

Una notte, avrò avuto vent’anni, l’utilitaria rossa di mia madre mi lasciò per strada. In mezzo al nulla. Il carro attrezzi costò più della rottamazione. Nella tragedia era però arrivato il momento di comprare una macchina scelta da me. E la volevo bianca. Quando arrivai all’autosalone il venditore, col piglio disinvolto di chi sa fare il suo mestiere, mi disse che per un giovane come me c’era in esclusiva un nuovo colore di moda, e mi mostrò una macchina dall’improbabile tinta “papaya metallizzato”. Mi spiegò che il bianco era catalogato come colore speciale e che, se proprio lo volevo, avrei dovuto pagarlo come optional. I miei genitori, impietositi all’idea di un figlio in giro in un’auto color papaya, accettarono.Si trattava di una classica strategia di marketing: visto che la maggior parte del pubblico preferisce macchine bianche (basta guardarsi in giro per averne conferma) quel colore veniva e viene fatto pagare un po’ di più. Ma questo è possibile perché con la macchina abbiamo un rapporto psicologicamente più intimo che con altri oggetti di design. 

Perché mi somigli

Quando si parla di progettazione, ci si concentra infatti quasi sempre su chi crea (gli autori, i designer, i brand) e di rado sui consumatori. Ma oggi il colore corrisponde sempre più spesso non solo all’identità degli oggetti ma anche a quella del pubblico. Ovvero, mentre un utensile, come un trapano o un cacciavite, ha un colore tipico della marca, l’automobile al contrario la desidero di una tinta specifica perché assecondi il mio carattere, perché mi somigli. È chiaro infatti che l’aspetto delle cose cambia statuto a seconda del rapporto che intratteniamo con loro. Un cacciavite non è una macchina, soprattutto perché non ci identifica agli occhi degli altri. Nessuno fa caso se uso un cacciavite arancione fluorescente; non è lo stesso se guido una macchina di quel colore

L'arancione del trapano

Il pubblico, di fronte al colore, ha reazioni diverse. Per esempio riguardo all’arancione del trapano c’è chi si affeziona e lo riconosce come brand; c’è chi crede sia una questione di moda per venderne di più; ma c’è anche chi lo usa e basta, senza neppure accorgersi che abbia un colore; come c’è all’opposto il giornalista che deve recensirlo sulla rivista di bricolage e di quella tinta magari sa parecchie cose. I significati  cromatici delle cose sono tutto ciò che accade tra l’acquirente che non ha opinioni e quello che ne ha troppe.

L'imperscrutabile

Un secolo di studi di marketing hanno tuttavia rivelato che il successo di una certa tinta è determinato anche da elementi fatali e imperscrutabili, che portano alla sua sopravvivenza in quanto darwinianamente più adatta in certe condizioni storiche. Questo comporta che le previsioni cromatiche siano frutto sia di studio sia del caso, e forse il bravo designer è quello che unisce il fiuto culturale, il coraggio di azzardare e il potere di imporre un’idea grazie all’influenza che si è conquistato negli anni. Del resto gli aspetti sfuggenti e aleatori del colore, quelli che non permetteranno mai al marketing di dominarlo o domarlo fino in fondo, sono dovuti anche al fatto che non tutto il pubblico è attento o interessato. Per molti un colore vale l’altro. Per esempio quando ho chiesto a mia madre perché la vecchia automobile l’avesse scelta rossa, mi ha risposto candidamente: “Era quella che costava meno”.

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