Ultimo aggiornamento  14 novembre 2019 15:12

Le supercar di "Pretty woman".

Giuseppe Cesaro ·

Un po’ capricciosa”. È così che Richard Tiffany Gere - nato a Filadelfia (Pennsylvania) il 31 agosto 1949 (68 anni l’altro ieri), da genitori anglo-irlandesi, entrambi discendenti di pellegrini del Mayflower (la nave con la quale i padri pellegrini - salpati da Plymouth, Inghilterra - raggiunsero Cape Cod, negli attuali Stati Uniti, l'11 novembre 1620) – definisce una Lotus Esprit SE Type 85 del 1989. Parliamo della supercar con la quale Edward Lewis - fascinoso uomo d’affari senza scrupoli, interpretato, appunto, da Gere - entra per la prima volta in contatto con Vivian Ward – una giovane e brillante prostituta (Julia Fiona Roberts) - in “Pretty Woman” (1990), moderna versione hollywoodiana della favola di Cenerentola e terzo maggior incasso mondiale dell’anno.

Lotus Esprit SE

“Mamma - commenta Vivian, che si intende di supercar molto più del ricco e imbranato (al volante, s’intende) Edward – questa curva come se fosse sulle rotaie! Non ti fa impazzire?” “Hai mai guidato una Lotus?”, replica lui. “No”. “Allora cominci adesso!” Detto, fatto: Vivian/Julia siede al volante: “Allacciate le cinture di sicurezza! Ti faccio fare la gita della tua vita; ti mostro cosa può fare questa macchina”. "Qualcosina", in effetti, sapeva fare quell’inglesina dall’anima sportiva, della quale tra il 1976 e il 2004 sono stati prodotti poco più di 10mila esemplari (i primi 5829 ribattezzati Giugiaro, i restanti 4846 Stevens, dai nomi dei due nobili designer) in ben 24 varianti. La versione ‘89 era un coupé a due porte a trazione posteriore, con cambio a 5 marce: 2.174 cc, 172 cavalli, in grado di raggiungere 222 chilometri orari di velocità massima, e di passare da 0 a 100 in 6.8 secondi. Niente male.

Cavalli vs cavalli

Ma l’Esprit non è certo l’unica supercar a fare bella mostra di sé in una delle storie d’amore cult degli anni Novanta. Alla partita di polo, infatti, va in scena una straordinaria guerra a distanza tra splendidi cavalli a quattro zampe e autentiche meraviglie a quattro ruote. Si comincia con una Rolls-Royce Silver Spirit (V8, 16 valvole, 6.750 di cilindrata, 247 cavalli, trazione posteriore, 208 km/h di velocità massima), per passare a una Jaguar XJ-S XJ27 1982 (coupé, due porte, cambio automatico a tre rapporti, 5.343 cc, 262 cavalli, velocità massima: 236 km/h, da 0 a 100 in 8.7 secondi: prodotta fino al 1991 in circa 55mila esemplari, nell’82 conquista il secondo posto al RAC Tourist Trophy di Silverstone). È, quindi, la volta di una Bmw 325i Cabrio E30, grigio metallizzato, del 1987 e, per finire, si gode della scintillante vista di una Chevrolet Corvette C4 rossa del 1989: 2 porte, decappottabile, da 0 a 100 in 7.2 secondi. Scusate se è poco. Che dire? A una partita di Polo del jet-set californiano, era difficile immaginare di imbattersi in delle utilitarie.

Gran finale in Lincoln

E dato che di favola per il grande schermo si tratta, il gran finale non poteva che prevedere un happy ending. Gran finale e – va da sé - grande auto. Ecco, allora, che il principe azzurro Edward si presenta sotto la finestra della Cenerentola Vivian, niente meno che a bordo di una Lincoln Town Car Stretched (“allungata”) Limousine del 1989, bianca come un abito da sposa e lunga come una portaerei. Tanto per capire di che genere di veicolo stiamo parlando, quello stesso anno, il presidente degli Stati Uniti George Bush (padre), ne aveva ordinata una simile per sostituire la Cadillac Fleetwood del 1983, utilizzata durante l’amministrazione di Ronald Regan. La musica è cambiata, sia letteralmente che metaforicamente: Giuseppe Verdi (“Amami Alfredo” dal secondo atto de “La Traviata”, 1853), ha sostituito Roy Orbison (autore-interprete del brano del 1964 che, di fatto, dà il titolo al film), e Richard Gere emerge dal tettuccio apribile della Limousine e, con tanto di rose in bocca, si arrampica sulla scala anti-incendio per andare a salvare la sua “principessa Vivian”. “Benvenuti a Hollywood! – grida una voce fuori campo – Qual è il vostro sogno?” Beh, a giudicare da questa lista, per altro inevitabilmente parziale, bisogna riconoscere che non c’è che l’imbarazzo della scelta

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