Ultimo aggiornamento  18 ottobre 2019 21:17

Fiat 2300, quella del "Sorpasso".

Massimo Tiberi ·

Due sportive si inseguono, a tavoletta e a dispetto del traffico, sulle brutte curve di un tratto della via Aurelia dalle parti di Castiglioncello: sono le tragiche sequenze finali di uno dei più famosi film italiani degli anni Sessanta, “Il sorpasso” di Dino Risi. La spider, con al volante Vittorio Gassman, è una non più giovanissima e un po’ strapazzata, ma sempre di sicura nobiltà, Lancia Aurelia B24; la coupé, il cui guidatore resta in ombra, è una Fiat 2300 S, modello dal blasone spesso misconosciuto. A torto, perché la vettura torinese è una vera purosangue e non soffre certo di complessi d’inferiorità, quanto a prestazioni e comportamento su strada, rispetto alle rivali dell’epoca considerate di “sangue blu”.

Gli anni del boom

Sono anni nei quali la Fiat, che sta vivendo una straordinaria fase di crescita grazie al successo delle sue utilitarie e della 1100, non trascura l’alto di gamma e, già nel 1959, ha sostituito le 1400-1900 con le nuove berline sei cilindri 1800-2100, con un netto salto di qualità, tecnica e di allestimenti, creando delle vere e proprie ammiraglie. Naturale, allora, pensare anche ad un modello derivato d’impronta sportiva con ambizioni maggiori della appariscente, ma un po’ “fiacca”, 1900 Gran Luce.

Famiglia Ghia

L’occasione si presenta al Salone di Torino del 1960, dove la carrozzeria Ghia espone un prototipo (oggi si direbbe “concept car”) di coupé con meccanica della 2100, dalle forme slanciate e molto originali (in evidenza soprattutto l’ampio lunotto posteriore diviso in tre parti) dovute ad uno stilista fortemente creativo come Sergio Sartorelli, con la collaborazione dell’americano dal grande avvenire Tom Tjaarda. La Fiat decide la produzione in serie, a partire dal 1961 e affidando il compito alla Osi emanazione della stessa Ghia, adottando il motore 2300 che, nel frattempo, è andato ad occupare il vertice della scuderia della Casa.

Due sono le varianti proposte, una da 105 Cv con potenza analoga a quella della berlina, l’altra da 136 Cv, siglata semplicemente S, con due carburatori doppio corpo che esalta le caratteristiche del sei cilindri in linea, progettato dall’ex ferrarista Aurelio Lampredi. Alla messa a punto ha partecipato anche Carlo Abarth e, pur non essendo state scelte soluzioni di base particolarmente sofisticate e in chiave dichiaratamente sportiva, il propulsore della nuova Fiat Coupé consente prestazioni decisamente elevate per l’epoca (si superano i 200 km/h di velocità e si toccano i 100 in 12,5 secondi). Il cambio a quattro marce, le sospensioni anteriori a barre di torsione, le posteriori a ponte rigido con balestre e i quattro freni a disco con doppio servofreno, mentre lo sterzo è privo di servocomando, completano un quadro tecnico senza acuti di rilievo ma in grado di conciliare bene coinvolgimento nella guida e il comfort necessario ad un’auto di classe superiore, dalle dimensioni abbondanti (lunga 4,62 metri) e che può ospitare quattro persone e una buona quantità di bagagli.

Rivali di tutto rispetto

Il tono elevato è sottolineato dall’allestimento interno e dagli equipaggiamenti, con verniciatura metallizzata, alzacristalli elettrici e selleria in pelle optional, che fanno lievitare prezzi comunque assai competitivi rispetto alla concorrenza. Qui parliamo, restando in Italia, di Alfa Romeo 2600 Sprint Bertone e di Lancia Flaminia Coupé Pininfarina, tutte con listini superiori ai tre milioni di lire, a fronte dei due e mezzo della Fiat nella versione normale. La 2300 S costa appena 100.000 lire di più e, infatti, resterà da sola a partire dal 1964 e sarà arricchita ulteriormente nelle finiture dopo un lievissimo restyling nell’anno successivo; in campo fino al 1968, lascerà la scena alla Coupé Dino, carrozzata da Bertone e con motore di paternità Ferrari.

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