Ultimo aggiornamento  17 settembre 2019 09:37

John Lennon: doccia scozzese.

Giuseppe Cesaro ·

“Ci sono luoghi che ricorderò per tutta la vita e anche se qualcuno è cambiato - qualcuno per sempre e non per il meglio, qualcuno se n'è andato, qualcuno è rimasto - tutti questi luoghi hanno i loro momenti, con amori e amici che ricordo ancora…  E anche se so che non perderò l'affetto per le persone e le cose del passato e che spesso mi fermerò a pensare a loro, nella mia vita amerò di più te.” È “In My Life” (1965), ballad bellissima e struggente, scritta da John Lennon, e firmata - come nella migliore tradizione beatlesiana - Lennon-McCartney: 23sima nella lista delle 500 migliori canzoni di sempre e inserita nell’album “Rubber Soul”, quinto tra i 500 più grandi dischi della storia rock, secondo Rolling Stone.

Impossibile dimenticare

A Durness – minuscolo villaggio (400 anime in tutto) nelle Highlands scozzesi del nord-ovest - c’è chi giura che questa canzone sia ispirata a una poesia scritta da un giovanissimo Lennon. Tra i nove e i quindici anni, infatti, il futuro Beatle aveva trascorso una serie vacanze spensierate e felici nella bellezza solitaria e selvaggia di quel piccolo borgo di mare, presso la casa di zia Mater e zio Bert. Giorni impossibili da dimenticare soprattutto per chi – come Lennon – aveva avuto un’infanzia tutt’altro che facile.

La madre, Julia - fragile e inaffidabile (si era separata dal marito, troppo spesso lontano da casa, ed era rimasta incinta di un altro uomo), e la sorella di lei, Mimì - fin troppo rigida e severa – si erano, infatti, contese aspramente il piccolo John, sullo sfondo della Liverpool economicamente depressa e bigotta degli anni della Seconda Guerra Mondiale. E, così, John era cresciuto con la zia (che non voleva che il piccolo avesse contatti con la madre), all’interno di un complesso rapporto nel quale l’affetto maturava faticosamente, tra tensioni, insofferenze e incomprensioni. Situazione che si fa ancora più tesa il 15 luglio 1958, quando una Standard Vanguard guidata da un principiante – un poliziotto fuori servizio - investe Julia, separandola per sempre da John. Lei ha solo 44 anni, lui appena 17. “Suonare la chitarra va bene, John: ma non riuscirai mai a guadagnarti da vivere con quella”, gli ripete continuamente zia Mimì, pur essendo stata lei a comprargli la prima chitarra. Rimarrà fino alla fine una figura di riferimento fondamentale nella vita del musicista.

Al volante

Primo luglio 1969 – 48 anni fa esatti: John Lennon (29 anni) è una rock-star amata in tutto il mondo, oltre che uno dei leader della più grande band del pianeta, eppure non ha dimenticato l’incanto dei paesaggi scozzesi e il richiamo di quei lontani giorni felici. E così, decide di caricare moglie (Yoko Ono) e figli (Julian, 6 anni, avuto dalla prima moglie Cynthia Powell; Kyoko – 6 anni anche lei - figlia del primo matrimonio di Yoko) su una spaziosa Austin Maxi e far rotta alla volta delle sue Highlands. Difficile dire come mai Lennon – al quale certo non mancavano né belle auto né autisti – scelga di mettersi al volante proprio di una Maxi. Probabilmente lo si deve al fatto che John amava immensamente quei posti – così lontani dal fragore della "swinging London" e dalle tensioni con gli altri Baronetti (i Beatles erano quasi sul punto di sciogliersi) ed era convinto di conoscere fin troppo bene quelle stradine piccole e tortuose, che si inerpicano tra panorami letteralmente mozzafiato.

Tra station e fastback

La Maxi, poi - una strana miscela tra station wagon e fastback, prodotta dalla British Leyland tra 1969 e 1981, per sostituire la Austin A60 Cambridge, che ormai aveva fatto il suo tempo – gli deve essere sembrata l’auto giusta per una gita in famiglia. Un mix che oggi si definirebbe crossover, se, nel nostro caso, il termine non risultasse altisonante e un po’ troppo fuorviante.

A dispetto di un’estetica non felicissima, le soluzioni tecniche erano piuttosto all’avanguardia: trazione anteriore, sospensioni a ruote indipendenti, impianto frenante misto con servofreno; motore 1483 cm3, 74hp, con cambio manuale a 5 rapporti, che le faceva sfiorare i 150km/h di velocità massima. Il nome Maxi – che, evidentemente, intendeva richiamare, seppure per contrasto, quello della più famosa (e decisamente più bella) Mini – si deve, in effetti, a una certa generosità dal punto di vista degli spazi: cinque porte (quattro più portellone), 4 metri di lunghezza, 1,6 metri abbondanti di larghezza, con un bagagliaio da quasi 1.300 litri e i sedili, tutti ribaltabili, che potevano trasformarsi in un letto sufficientemente comodo. Al contrario della fortunatissima e iconica Mini, però, la Maxi non incontrò il favore del pubblico, probabilmente a causa dell’estetica e di qualche problema meccanico al cambio. Pare, inoltre, che in caso di pioggia, gli alloggiamenti dei pedali si riempissero d’acqua.

Patente a 24 anni

Chissà che non sia stata proprio questa una delle concause di ciò che accade in quel lontano martedì di luglio. Naturalmente, però, non possiamo non tener conto del fatto che Lennon - come ricorda il suo cugino e amico scozzese, Stanley Parkes – era un “pessimo guidatore”, che aveva preso la patente solo nel 1965 (a 24 anni) e aveva sempre guidato pochissimo.

Le condizioni atmosferiche non sono delle migliori e la vista non è mai stata il punto forte del Beatle. Morale della favola: Lennon si accorge solo all’ultimo momento che un’altra auto si sta avvicinando in direzione contraria, va nel panico e sterza improvvisamente. La Maxi finisce fuori strada e i suoi quattro occupanti vengono trasportati, per fortuna in condizioni non gravi, al Lawson Memorial Hospital di Golspie, piccola località balneare sul Mare del Nord, sulle Highlands nord-orientali.

John, Yoko e Kyoko se la caveranno con qualche giorno di degenza e alcuni punti di sutura per le ferite, mentre il piccolo Julian verrà curato per trauma da shock. Quando Cynthia Powell – la mamma di Julian (ignara del fatto che il figlio fosse in giro per la Scozia con il padre) – riesce a raggiungere l’ospedale, giustamente preoccupata per le sorti del figlio – il Beatle – che, nel frattempo, ha mandato il piccolo dai suoi parenti scozzesi per un po’ di riposo – si rifiuta di riceverla. Non si rifiuta, però di incontrare i media, ai quali dichiara: “Se pensate di avere un incidente d’auto, cercate di fare in modo che si verifichi nelle Highlands”. Né gli manca lo spirito per spedire una irridente cartolina a Derek Taylor – il responsabile dell’ufficio stampa dei Beatles – firmandosi Jack McCripple (Jack lo storpio), sostenendo di essere stato fatto prigioniero in Scozia. “Ho bisogno di un po’ di soldi per uscire di qui – supplica, ironicamente - qualche centinaio (di sterline) dovrebbero bastare”.

Una dura lezione

Ironia a parte, lo spavento ci fu e servì da lezione al nostro, il quale decise di smettere di guidare: da quel momento in poi si sarebbe affidato a un autista. La carcassa della Maxi finì, a imperitura memoria, in cima a una colonna nella tenuta inglese del baronetto. Chissà se è a questo gesto che si ispirerà, qualche anno più tardi (1980), l’ex batterista dei Beatles, Ringo Starr, decidendo di trasformare in un tavolino da caffè i resti della Mercedes-Benz 280SE 3.5 Coupé a bordo della quale aveva rischiato la vita insieme alla futura moglie Barbara Bach. Suonare e guidare fanno rima, è vero, ma le affinità finiscono lì. Tra musicisti e automobilisti, ci sono differenze che è bene non dimenticare e non trascurare mai. Per il bene della musica, certo. Ma soprattutto per quello delle strade. E di tutti noi.

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