Ultimo aggiornamento  05 dicembre 2019 15:29

Maserati Quattroporte, nobiltà italiana.

Massimo Tiberi ·

Oggi nessuno si stupisce della presenza, anche nelle gamme dei più blasonati marchi sportivi, di berline, wagon o suv, ma all’inizio dei passati anni Sessanta praticamente soltanto la Jaguar, con le Mk II e Mk X, metteva in campo auto in grado di conciliare lusso, spazio abbondante e prestazioni da granturismo. In Italia, certo le Alfa Romeo Giulia o le 2000-2600 erano capaci di andare forte, però appartenevano pur sempre a fasce di mercato inferiori, se non altro per qualità degli allestimenti e dotazioni.

Risposta italiana

E’ allora la Maserati, nel 1963, a rispondere ai britannici con un modello che al prestigio della vera ammiraglia unisce una meccanica che deriva, e neppure troppo alla lontana, dalla straordinaria esperienza agonistica della Casa del Tridente.

Al Salone di Torino viene presentata la Quattroporte, frutto delle capacità tecniche del progettista Giulio Alfieri, oltre che degli appassionati suggerimenti di un giornalista esperto come Gino Rancati e della determinazione dei detentori del marchio, Adolfo Orsi e il figlio Omer, eredi della grande tradizione dei fondatori fratelli Maserati.

Dualismo con Ferrari

La nuova vettura nasce in una fase importante di rilancio dell’azienda modenese, dopo le difficoltà che avevano portato all’abbandono dell’impegno in Formula 1, centrato in particolare  proprio sullo sviluppo di una gamma di granturismo in aperta rivalità con quanto stava facendo anche la Ferrari. E se a Maranello il rifiuto è, e resterà, netto per una tipologia di auto considerata non in sintonia con le prerogative sportive, la Quattroporte, invece, punta a dimostrare il contrario. La debuttante va così ad affiancare le coupé e convertibili 3500, protagoniste  del momento favorevole per il Tridente, la più originale Mistral e la fuoriserie (una trentina di esemplari costruiti, tutti diversi) 5000 GT, apprezzata da clienti esclusivi come lo Scià di Persia o l’Aga Khan.

Vera gran turismo 

Da quest’ultima, la neonata grossa berlina (lunghezza di 5 metri) riprende la vocazione al lusso e, sotto un vestito di classica eleganza disegnato da Pietro Frua e realizzato dalla Vignale, offre un abitacolo ampio rivestito di moquette e pelle Connolly (quella delle Rolls Royce), impreziosito da accessori d’élite per l’epoca, dal volante regolabile, agli alzacristalli elettrici, al condizionatore, alla radio. C’è un po’ di emulazione dello stile anglosassone, ma il discorso cambia quando si passa all’eccellenza della meccanica.

La Quattroporte ha contenuti da granturismo sotto tutti gli aspetti. A partire dal motore, montato su un telaio ausiliario: un 8 cilindri a V di 4,1 litri, parente di quello montato sulla 450 S da competizione, con 4 alberi a camme in testa e 4 carburatori doppio corpo, accoppiato ad un cambio a 5 rapporti che vanta anche la sincronizzazione della retromarcia. Alle sospensioni anteriori indipendenti, con bracci triangolari, fa riscontro il ponte posteriore De Dion (insieme di raffinatezza sportiva), mentre i freni a disco sono supportati da un doppio servofreno. Un complesso di caratteristiche che, pur non trascurando la necessità di garantire comfort, permettono di sfruttare bene i 260 cavalli di potenza per prestazioni  ineguagliabili da qualsiasi berlina del tempo (circa 230 km/h di velocità massima e 8,5 secondi per passare da 0 a 100, nonostante 1.700 chili di peso a vuoto).

Le nuove versioni

Nel 1966 arriverà poi una versione aggiornata, con doppi fari circolari al posto dei singoli rettangolari, interni impreziositi dall’abbondanza di legno pregiato e accessori come il servosterzo e la trasmissione  automatica. Cambiano le sospensioni posteriori, più semplici ma meno rumorose, e il motore è disponibile anche con cilindrata portata a 4,7 litri, per 290 cavalli e temperamento ancora più spinto. La produzione terminerà nel 1970, dopo circa 800 esemplari costruiti, in buona parte destinati a teste coronate o artisti, da Ranieri di Monaco ad Alberto Sordi: un buon risultato per un’auto che poteva superare i 6 milioni e mezzo di lire.

Termina così la prima tappa di un lungo percorso, che vedrà il nome Quattroporte seguire il difficile evolversi aziendale della Maserati. Nel 1974, sotto l’egida Citroen, Bertone firma un prototipo a trazione anteriore e, nel 1979, De Tomaso affida a Giugiaro lo stile della terza generazione, quella che farà discutere perché utilizzata dal presidente Pertini in una visita a Maranello. Dal 1994 è la volta dei modelli della stagione Fiat, con le compatte biturbo disegnate da Gandini e le ultime serie, con l’apporto della Pininfarina, che adesso devono battersi con un nugolo di agguerritissime rivali. Altro che lo splendido isolamento del 1963. 

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