Ultimo aggiornamento  18 agosto 2019 03:39

Michael Jackson: thriller al volante.

Giuseppe Cesaro ·

È  uno degli artisti di maggior successo commerciale di tutti i tempi: 1 miliardo di dischi venduti (solo i Beatles ed Elvis Presley hanno fatto di più), ma il conto continua a crescere (come per i ‘Baronetti’ e ‘The Pelvis’, del resto); il suo “Thriller” (1982) è l'album più venduto di sempre: oltre 100 milioni di copie; è l’unico artista presente nella Top 10 di ‘Billboard’ in cinque decadi; è il più premiato nella storia della musica popolare: 39 Guinness World Record, 15 Grammy Award, 40 Billboard Award, 26 American Music Award, 16 World Music Award; è una delle pochissime superstar (22) inserite per due volte nella “Rock and Roll Hall of Fame”; è nella “Songwriters Hall of Fame” e - unico ballerino di estrazione pop-rock - nella “Dance Hall of Fame”. "Uomo più famoso del pianeta" (1997) e "più famoso essere umano vivente" (Guinness 2006), è l'artista con i maggiori guadagni della storia - ha guadagnato più di 800 milioni di dollari in un solo anno (2016) - ed è universalmente conosciuto come "The King of Pop". Superfluo – se non addirittura offensivo – ricordare che parliamo di Michael Joseph Jackson, nato a Gary (Indiana), il 29 agosto 1958 - ottavo di dieci figli di una modestissima famiglia afroamericana - e morto a Los Angeles (California), il 25 giugno 2009: otto anni fa esatti.

Patente? Meglio l’autista

Di lui è stato detto tutto e il contrario di tutto. Impossibile, dunque, riuscire a scoprire qualcosa di inedito. Va da sé, però, che una simile miniera nasconde sempre qualche preziosa pepita non ancora estratta. Il rapporto tra Michael e la guida, ad esempio. Pare che, all’inizio, il nostro non fosse particolarmente interessato a guidare. Anzi. “Se devo andare da qualche parte, chiamo l’autista”, rispondeva ai suoi, ogni volta che gli chiedevano come mai non si decidesse a prendere la patente. “Supponi che tu sia fuori e il tuo autista sia ammalato?”, lo incalzava mamma Katherine. Alla fine Michael si era deciso a prendere lezioni di guida e la patente era finalmente arrivata. Era il 1981 e lui aveva già 23 anni. L’esperienza con i Jackson Five si stava per concludere e “Off the Wall”, il primo album solista per la Epic (1979), si era rivelato un autentico trionfo: primo 33 giri della storia a piazzare ben 4 singoli nella Top 5 di ‘Billboard’, vendendo più di 15 milioni di copie. L’anno successivo sarebbero arrivati tre American Music Award e un Grammy Award, per l’interpretazione di “Don't Stop 'Til You Get Enough”.

Guida da far rizzare i capelli

Una volta rotto il ghiaccio, però, pare che il nostro ci avesse preso gusto a stare al volante. Il problema, semmai, era lo stile di guida non esattamente irreprensibile, che destava più di qualche preoccupazione a famiglia ed entourage. Difficilmente mamma Katherine dimenticherà la prima volta che salì in macchina col figlio, per un giretto inaugurale lungo la tortuosa, collinare e “vipposissima” Mulholland Drive. “Un’esperienza da far rizzare i capelli”, dichiarerà. “Mi sono slogata il collo e mi sono fatta male a un piede”. Testimonianza ancora più preoccupata quella di LaToya, sorella del maldestro guidatore: “Cercavo di frenare al posto di Michael e di prendere il controllo del volante, per tenere l’auto sulla strada: ero spaventatissima! Michael guidava troppo veloce e aveva la stessa abitudine che avevo io: si incollava alla macchina davanti, frenando all’improvviso”. “Non dovresti andartene in giro da solo – prese ad ammonirlo la madre. Perché non dici a Bill Bray (ex-poliziotto di Los Angeles, per molto tempo capo della sicurezza di Jackson: figura paterna e una delle persone più vicine all’artista, ndr.) di venire con te?”. “Sono stanco – rispondeva Michael – di portarmi dietro la security ogni volta che voglio andare da qualche parte”. Pare che, dopo quella prima volta, il “Re del pop” abbia deciso di viaggiare da solo.

Superstrade? No grazie

Sembra che, agli inizi, il neopatentato Michael non ne volesse sapere di prendere tangenziali e superstrade: le considerava troppo pericolose (da quale pulpito). Immaginate, quindi, lo stupore di mamma Katherine quando una bella mattina vide l’amato e prezioso figliuolo imboccare, per la prima volta, una rampa. “Aspetta un attimo, Michael: cosa stai facendo?”. “Ci so andare in superstrada, adesso”, rise Jacko. “Aveva cambiato idea – ricorderà Katherine – appena si era reso conto di quanto tempo ci volesse ad attraversare Los Angeles senza usare le tangenziali”.

La Rolls rubata

La prima machina del Re del pop è stata una Mercedes (a lungo tra le sue favorite), ma subito dopo Jacko aveva acquistato una Rolls-Royce, che aveva fatto riverniciare completamente di blu. Fu proprio a bordo di quella Rolls che il nostro venne fermato da un poliziotto del distretto di Van Nuys (Los Angeles). “Ha tutta l’aria di essere un’auto rubata”, disse il sospettoso agente, che non aveva affatto riconosciuto l’artista. Pare che quella mattina, Michael fosse eccezionalmente uscito di casa “in borghese”, vale a dire senza nessuno dei suoi vistosi e inconfondibili “travestimenti”. Jackson aveva provato a spiegare, in modi più che affabili, che la Rolls era davvero la sua, ma il poliziotto non aveva voluto sentire ragione. E, così, aveva effettuato i controlli del caso e scoperto che l’artista aveva una multa in sospeso. Tempo mezz’ora, Jackson si era ritrovato in una cella del distretto di polizia di Van Nuys, in attesa che il fido Bill Bray lo tirasse fuori. L’esperienza, però, non lo aveva demoralizzato. Jacko, al contrario, si era detto felice: “Ero curioso di vedere come si sta in prigione”, aveva dichiarato.

Probabilmente lo zelante poliziotto californiano – non del tutto immune da pregiudizi razziali - aveva ritenuto fortemente improbabile che un così giovane ragazzo di colore potesse permettersi un’auto del genere. Chissà cosa avrà pensato – col tempo - scoprendo le meraviglie a quattro (e più) ruote che animavano il fantasmagorico parco auto dell’artista più ricco della storia.

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