Ultimo aggiornamento  08 dicembre 2019 01:24

Paul McCartney: vivi e lascia morire.

Giuseppe Cesaro ·

28IF. Cominciamo da qui. Un dettaglio? Sicuri? Qualunque beatlesiano al mondo sa di cosa parliamo. Come qualsiasi amante del rock, del resto. Sono i numeri e le lettere sulla targa gialla del Maggiolino avorio parcheggiato a pochi metri dalle strisce pedonali più famose del mondo. Quali? Quelle di Abbey Road, naturalmente. Immortalate sulla copertina dell’ultimo album inciso dai Beatles (1969), che non porta il nome della band, ma quello della strada in cui si trovano gli omonimi studi di registrazione. Studi nei quali era nata, si era sviluppata e stava giungendo al termine l’incredibile parabola artistico-mediatica della più grande band di tutti i tempi: n. 1 nella lista dei più grandi artisti di sempre secondo Rolling Stone,  con ben 10 album su 11 tra i 500 dischi più importanti della storia rock (4 nei primi 10), 23 canzoni tra le 500 più belle (7 nelle prime 30), un incalcolabile numero di dischi venduti e un’infinita serie di record da Guinnes dei primati.

28 anni se...

Cosa significa 28IF? Letteralmente “28 SE”. Il riferimento è al fatto che, se al momento della foto, Paul McCartney – autore, voce e basso della band – fosse stato ancora vivo (è nato il 18 giugno 1942: esattamente 75 anni fa), avrebbe avuto 28 anni. Il che ci induce a riflettere su una cosa alla quale raramente pensiamo: dopo aver stravolto, in soli 8 anni (1963-1970), musica e pensieri di tutto il pianeta, i Beatles concludevano la loro carriera, senza aver nemmeno superato i trent’anni di età: John Lennon e Ringo Starr – i due anziani - erano nati nel 1940; Paul nel ’42 e George Harrison nel ’43.

Paul è morto

Ma come faceva Paul ad attraversare le strisce pedonali insieme ai tre nobili compagni d’avventura, se era già morto? Semplice: era stato sostituito. Quando? E da chi? Ma, soprattutto: perché? Andiamo con ordine. La notte di mercoledì 9 novembre 1966 Paul McCartney sarebbe rimasto ucciso in un misterioso incidente d’auto, mentre rientrava a casa a bordo – pare - della sua amata Aston Martin DB5: quella di Sean ‘James Bond’ Connery in Goldfinger, tanto per capirci. Gli altri Beatles e il loro manager (Brian Epstein) – devastati dalla notizia, ma soprattutto dal fatto che il sogno si era tramutato in incubo (e lo stratosferico indotto economico che li aveva resi ‘baronetti’ rischiava di saltare) - avrebbero deciso di nascondere la cosa e cercare un sosia che potesse sostituire Paul. Ricerca tutt’altro che facile, ovviamente. Si trattava di trovare, in fretta, un bassista (per di più mancino), il più possibile somigliante a Paul – foto e filmati dei Beatles riempivano i media di tutto il mondo - bravo a cantare ma, soprattutto, a scrivere canzoni. In soli quattro anni, infatti, la coppia Lennon-McCartney aveva firmato una valanga di successi stratosferici: un cambio di passo qualitativo sarebbe stato immediatamente notato, e sarebbe stata la fine.

Leggenda vs leggenda

La scelta sarebbe ricaduta su un attore scozzese piuttosto somigliante, tale William Stuart Campbell (altre fonti, però, parlano di William Sheppard, ex poliziotto canadese) il quale – per diventare un Beatle - avrebbe accettato di sottoporsi ad alcuni interventi di chirurgia plastica. Diciamoci la verità: quanti noi avrebbero detto "no" alla possibilità di cambiare completamente vita e diventare autentiche superstar?

Dal ‘66 a oggi, dunque, l’uomo che tutto il pianeta conosce come Sir Paul McCartney – una delle più grandi rock-popstar di tutti i tempi – non sarebbe che un sosia del ragazzo di Liverpool. Come prese la cosa il diretto interessato? "Sono vivo e sto bene – commentò nel 1969 – e sono del tutto disinteressato alle voci sulla mia morte. Ma se fossi morto, sarei l’ultimo a saperlo". Inutile ricordare qui gli innumerevoli indizi che i Beatles – geniali nel marketing almeno quanto nella produzione musicale - hanno disseminato nelle loro canzoni e nelle copertine dei loro dischi, per alimentare la leggenda della drammatica e prematura scomparsa di Paul. I curiosi ne troveranno ricca e "documentatissima" testimonianza nel web. Più di vent’anni dopo (1993) lo stesso Paul darà alle stampe un album intitolato “Paul is live” (“Paul è vivo”), la cui copertina riproduce quella di Abbey Road, modificando, però, la scritta sulla targa del Maggiolino: “51IS”. Vale a dire “51 È”. Tante, infatti, erano all’epoca le primavere festeggiate dall’ex-Beatle. Solo Paul McCartney la leggenda, dunque, poteva superare la leggenda su Paul  McCartney.

Mini Cooper 1275 S

La storia, invece, ci dice che Paul – pur non essendo mai stato un vero e proprio collezionista di auto – non si è mai fatto mancare nessuna delle quattro ruote che, negli anni, lo hanno affascinato. Che sia per quel "car" (macchina) inscritto nel cognome? “Saepe nomina sunt consequentia rerum” dicevano i latini. E raramente sbagliavano. Sia come sia, la prima quattro ruote "ufficiale" di Sir Paul è una delle Mini Cooper 1275 S del ’65 che, nel ’67, Brian Epstein regalò a ciascun Beatle, per festeggiare i fasti prodotti dall’antico sodalizio con i quattro ragazzi di Liverpool e la golden era sospesa tra summer of love e psichedelia. Ognuno dei baronetti provvide a farla personalizzare dai maghi della Harold Radford & Co Limited (Melton Court, South Kensington). La più sobria rimase quella verde bottiglia di McCartney, che restò per lungo tempo una delle preferite del bassista mancino.

Aston Martin DB5

C’è poi la famigerata Aston Martin DB5 del 1964: quella dell’incidente che avrebbe dato origine alla leggenda della morte di Paul. Carrozzeria blu notte, interni in pelle nera, radio (Motorola) e giradischi, era stata acquistata alla vigilia del tour mondiale per il quale i Beatles si stavano imbarcando. Dato che, qualche anno fa (2005), questa autentica icona di stile è stata battuta a un’asta a Battersea Park (Londra), delle due l’una: o – contrariamente a quanto dichiarato dalla più che autorevole RM Auctions - l’auto in questione non è mai appartenuta a McCartney o quell’incidente non c’è mai stato. A voi decidere a chi dare credito: la leggenda (metropolitana) o la storia.

La DB6 di “Hey Jude”

Rimanendo in casa Aston Martin, non si può certo non ricordare la DB6 realizzata nel 1966 su specifiche dello stesso Beatle e acquistata al ragguardevole prezzo di 4mila sterline: 282 cavalli, 244km/h di velocità massima, livrea "Goodwood" Green, cambio e volante (particolarmente sottile) in legno, interruttori vecchio stile, interni in pelle nera, sedili posteriori super-accoglienti, cerchi in lega con "spinner" a tre ali, e registratore a bobine. Particolare, quest’ultimo, tutt’altro che trascurabile, dal momento che pare che sia proprio a bordo di questa perla che McCartney abbia scritto una delle sue perle più amate: “Hey Jude”.

Siamo nel 1968, Paul sta andando a fare visita al piccolo Julian Lennon - 5 anni, primogenito di John – i cui genitori (Lennon e Cynthia Powell) si stanno separando in modo tutt’altro che amichevole. Separazione piuttosto traumatica per Cynthia, soprattutto a causa dell’atteggiamento inspiegabilmente rude di Lennon. Paul - particolarmente preoccupato per il piccolo Julian - va a trovare Cynthia per mostrarle vicinanza e affetto. “Venne da me con una rosa – ricorderà la Powell - e mi disse: ‘È spaventoso, non so come sia potuto succedere”. Strada facendo, una melodia si affaccia alla mente del Beatle, che comincia a canticchiare una ballad con la quale provare a consolare il bambino. “Hey Jules – recita il primo verso – non peggiorare le cose, prendi una canzone triste e rendila migliore”. Il registratore è a bordo: basta accenderlo e cantare. Detto fatto. Durante la lavorazione del brano, poi, ‘Jules’ diventerà ‘Jude’. Il resto è storia che conosciamo.

Lamborghini 400GT 2+2 1967

Ma ci sono anche delle italiane nel cuore del ragazzo di Liverpool: bellissime, ça va sans dire. Tra queste, una meravigliosa Lamborghini 400GT 2+2 del 1967, realizzata in soli 250 esemplari: 3.929cc, 330 hp, 260 chilometri all’ora di velocità massima, in grado di portare questa elegantissima (livrea vinaccia, interni beige) quattro posti super turismo da 0 a 100 in soli 7.5 secondi.

Lamborghini Espada S2 1972

Una passione, quella per le Lamborghini confermata nel 1975, quando l’ormai ex-Beatle acquista una Espada S2 1972 di seconda mano. Dal punto di vista della meccanica, l’Espada è praticamente identica alla 400 GT, più lunga, però, di 15 centimetri: raggiunge, così, i 4670 mm. Il motore è un V12 di 3.929cm³, con 350 cavalli: 242 km/h, accelerazione da 0 a 100 in 7.3 secondi. Aria condizionata e  vetri anteriori elettrici di serie: cinture di sicurezza, vernice metallizzata e radio opzionali. Pare che la allora signora McCartney - Linda Eastman (scomparsa a 56 anni a Tucson – Arizona – il 17 aprile 1998) abbia parcheggiato l’Espada su un vialetto piuttosto scosceso, dimenticando di inserire il freno a mano. Morale della (triste) fiaba, la Lamborghini si inabissò nel laghetto della tenuta della rockstar, la quale fu costretta a investire una ragguardevole somma di denaro per riportare la bellezza italiana ai suoi fasti originali. Chi di Espada ferisce…

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