Ultimo aggiornamento  09 dicembre 2019 10:46

Iran, con Rouhani più auto per tutti.

Enrico Artifoni ·

Quando Hassan Rouhani (ma c’è chi preferisce Rohani,  dipende dalla pronuncia nelle varie lingue) fu eletto presidente dell’Iran nel 2013, il Paese era isolato, soprattutto a causa del suo programma di sviluppo nucleare, e l’economia alle corde. Con la fuga dei costruttori dell’Occidente l’industria dell’auto, seconda per importanza solo a quella del petrolio, era crollata e così il mercato (691mila immatricolazioni, -23% rispetto al già depresso 2012 e meno della metà a confronto con il milione e mezzo del 2011).

Dopo la riapertura al mondo voluta dal presidente riformista, nel 2016 in Iran sono state vendute 1.285.254 auto, il 25% in più rispetto al 2015 e quasi il doppio di tre anni prima. Dunque alle orecchie dei costruttori e dei consumatori suona come un’ottima notizia la rielezione al primo turno di Rouhani per altri quattro anni, duranti i quali la ripresa economica (e con essa il potere d’acquisto del rinato ceto medio) potranno consolidarsi insieme con i rapporti con gli altri Paesi.

La conferma non era affatto scontata. Anzi. Alla vigilia diversi osservatori avevano paventato la possibilità che Ebrahim Raisi, il candidato uscito dal cappello a cilindro dei conservatori, si potesse avvantaggiare dell’ingresso alla Casa Bianca di un nuovo inquilino dichiaratamente ostile all’Iran per strappare in un colpo solo la tela pazientemente costruita dal presidente uscente. Dalle urne è uscito invece un chiaro segnale di consenso e fiducia nella politica avviata da Rouhani.

L’Iran è il secondo Paese del Medio Oriente per numero di abitanti (80 milioni) e ha la più grande industria dell’auto. Le tasse elevate sulle vetture di importazione hanno spinto sinora la produzione in loco, che incide per circa il 95% delle auto vendute e avviene per buona parte tramite joint ventures fra i costruttori locali e i global players, un po’ sul modello cinese.

Fra le Case europee, è di lunga data la presenza di Psa con la marca Peugeot, storicamente e ancora oggi leader di mercato, con il 32,4% nel 2016. Più recente il ritorno in forze di Renault, passato lo scorso anno da una quota del 4 all’8,7%. Secondo e terzo gradino del podio per le Case iraniane, che in molti casi producono su licenza: Saipa con il 28,4% e più distanziata  Iran Khodro con il 12,4%.

Dalla quinta piazza in poi è un pullulare di costruttori cinesi, ai quali il governo ha spalancato le porte per alleviare gli effetti delle sanzioni da parte dell’Occidente: ben 15 marche su un totale di 45 presenti in Iran, con Chery, Brilliance e Jac in evidenza. Grazie ad accordi commerciali fra i due Paesi, i costruttori coreani (Hyundai, Kia e SsangYong) dominano invece la classifica delle auto di importazione, nella quale trovano posto anche Bmw, Volvo e Toyota.

La Saipa Pride, una berlina compatta a tre volumi con 30 anni di anzianità, è ancora oggi il modello più venduto in Iran: quasi 250mila unità lo scorso anno, 100mila in più delle Peugeot 405 e 206. Fra i modelli di più recente introduzione, spiccano la Renault Sandero (ottava assoluta nel primo anno di commercializzazione) e la Chery Tiggo, quindicesima. Attualmente in Iran si possono commercializzare vetture con standard di sicurezza paragonabili a Euro IV, ma l’obiettivo dichiarato dal governo è far salire progressivamente i livelli, senza gravare troppo sui costi. Il governo iraniano si è impegnato anche a promuovere  le vetture ecologiche, le elettriche in particolare, al fianco di quelle a metano che già oggi costituiscono la più grande flotta al mondo (oltre  tre milioni di auto, in un Paese che è secondo solo alla Russia nella produzione di gas naturale). 

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