Ultimo aggiornamento  25 giugno 2019 21:50

Volkswagen, l'ombra lunga del dieselgate.

Enrico Artifoni ·

La parola d’ordine è rassicurare. Dire che l’azienda sta affrontando il problema con grande determinazione, ha già svoltato e tempo qualche anno sarà tutto risolto. Ma l’ombra lunga del dieselgate continua a proiettarsi su Volkswagen. Lo si è visto anche all’assemblea degli azionisti, quando il presidente del consiglio di sorveglianza Hans Dieter Poetsch ha bocciato la pressante richiesta da parte di alcuni soci di rendere pubbliche le conclusioni dell’indagine sullo scandalo che il gruppo tedesco aveva affidato a una società esterna, l’americana Jones Day. “Perché - ha spiegato - rischieremmo altre azioni legali e nuove pesanti multe”. Non è l’unica preoccupazione emersa durante un incontro in cui i vertici di Volkswagen hanno confermato la decisione di puntare per il futuro, triplicando l’investimento, sulla mobilità elettrica.

Guai vecchi e nuovi

Le indagini di Jones Day sono state utilizzate come base per l’accordo con cui Volkswagen ha chiuso le pendenze con il Dipartimento di giustizia Usa, impegnandosi a pagare una multa di 4,3 miliardi di dollari e a sottoporre per tre anni le proprie attività allo scrutinio di un team guidato da un ex alto magistrato americano. Il rapporto finale potrebbe anche discostarsi dalle conclusioni ufficiali, ma ad esse Volkswagen ha deciso di attenersi per evitare ulteriori conseguenze, visto che rimangono aperte numerose cause civili e diverse altre inchieste in vari Paesi. L’ultima, secondo quanto pubblicato dal magazine Wirtschaftswoche, sarebbe stata avviata recentemente dalla procura di Stoccarda a carico di alcuni top manager, fra cui l’ex ceo Martin Winterkorn, per l’accusa di “manipolazione del mercato” .

Sguardo al futuro

Alla copertura dei costi dello scandalo, solo negli Stati Uniti il costruttore tedesco ha destinato sinora 25 miliardi di dollari. E la cifra, molto più ampia su scala globale, continua ad aumentare.  Su 11 milioni di auto coinvolte, oltre 4,7, cioè quasi la metà, sono state aggiornate sinora  nel software di controllo delle emissioni. La gestione del Dieselgate “continua ad avere la massima priorità”, ha detto il ceo Matthias Mueller. Al tempo stesso, Volkswagen guarda avanti. Non dimentica i tradizionali motori a combustione interna, anzi vuole aumentarne l’efficienza del 10-15% e per questo spenderà 10 miliardi di euro nei prossimi 5 anni, mentre ne ha riservati 9 allo sviluppo delle tecnologie e alla diffusione della mobilità elettrica entro il 2025, non esclusa la produzione di batterie nel nuovo impianto di Salzgitter, in Germania.

Tagli ma anche assunzioni

Per rimettere in carreggiata l’azienda, i nuovi vertici di Volkswagen hanno varato un piano che prevede fra l’altro per la marca capogruppo un incremento della produttività del 25% in quattro anni e il risparmio di 3 miliardi di euro con il taglio in Germania di 14mila posti di lavoro. La sforbiciata dovrebbe riguardare in realtà 23mila dipendenti, ma nello stesso tempo sono previste 9mila assunzioni in nuovi settori, dalla digitalizzazione all’elettromobilità. Il capo del personale, Karlheinz Blessing,  punta su un atterraggio morbido, con l’eliminazione di 4.500 contratti a termine e con il passaggio di chi è vicino alla pensione dal tempo pieno al part-time (su 9.200 lavoratori interessati, sinora hanno detto sì in 7mila). Ma non esclude “misure più severe, se necessario, per centrare l’obiettivo dell’aumento della produttività”. Anche a rischio dello scontro frontale con il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi.  

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