Ultimo aggiornamento  22 luglio 2019 22:24

Lutz contro Musk, due Americhe.

Flavio Pompetti ·

NEW YORK - Ha passato una vita Bob Lutz ad affossare l’auto elettrica, un “gingillo radical chic” che un rude cowboy come lui non può che disdegnare dall’alto degli stivali a punta su cui cammina. Non può quindi sorprendere che nella più recente incarnazione mediatica, il “bad boy” con il sigaro in bocca si ricicli oggi come il più autorevole critico della Tesla.

Le interviste

In una serie di interviste coast to coast, dal New York Times al Los Angeles Times passando per Automotive News, Lutz – 85 anni, un lungo passato ai vertici di Ford, Chrysler e Gm senza mai diventare però numero uno - dispensa pillole di acrimonia contro Elon Musk, il “guru religioso” che “perde soldi su ogni auto che assembla” e quindi è destinato a “moltiplicare le perdite” con l’espansione della produzione, oltre a non avere “nulla di originale” da mostrare in campo tecnologico.

Come non ricordare che l’acuto osservatore aveva mosso l’identica accusa alla Toyota Prius alla fine degli anni ’90, al punto di denunciare la Toyota per il “dumping” della vettura? La miopia, che l’aveva portato ad affossare in casa Gm la EV 1, lo accecava al punto di non vedere l’impatto che la prima ibrida al mondo avrebbe avuto nell’immagine della casa giapponese prima, e nei risultati delle vendite poi. 

A casa Gm

Da top manager della Gm, Lutz ha indirizzato la sua azienda su altre strade. In un viaggio in Australia fu folgorato dalla vista della Holden Monaro, e ordinò di importarla immediatamente sotto il glorioso logo della Pontiac GTO. Il programma che era stato concepito per una durata di tre anni fu chiuso dopo due deludenti stagioni di mercato.

Nelle sue mani la Saab si è avviata alla crisi finale e alla vendita. Nelle sue mani la Cadillac compì il primo cambio di direzione nel design dopo decenni di attaccamento conservatore alle linee degli anni ’70: quello fallimentare, che firmò il declino del marchio e la consegna delle chiavi del segmento del lusso nelle mani dei tedeschi.

La "conversione"

La “conversione”’ di Lutz all’elettrico è arrivata solo nel 2008, quando la barca Gm stava per affondare. Il manager che era stato assunto per affascinare i media con la sua prorompente vitalità propose la Volt come campione di una ennesima sfida con la Toyota per il primato tra le ibride, e dai saloni di mezzo mondo lanciò la sfida per chi sarebbe arrivato prima con la versione plug in. Lutz perse quella sfida, e dopo qualche mese anche il posto di lavoro attivo all’interno della Gm. Lo czar del salvataggio obamiano dell’auto Steve Rattner si rifiutò di averlo al tavolo delle trattative durante la ristrutturazione della Gm.

Dopo l’uscita dall’azienda nel 2010, Lutz si è tuffato nella Via Motors, una startup che da quattro anni arranca per trasformare i pickup della Gm in veicoli elettrici, e allo stesso tempo nella VLF, una sigla che copre il trasformismo di Fisker in Karma, con la promessa di lanciare un giorno con la Destino la sport car più costosa mai prodotta in America.

E’ dall’alto di questo pulpito che Bob Lutz critica la Tesla, dal dorato isolamento della sua villa di Ann Arbor, e dall’altezza dei suoi 85 anni di dubbi successi che suggerirebbero il bisogno di un’ultima conversione, quella sulla strada della modestia.

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