Ultimo aggiornamento  24 agosto 2019 06:13

Chuck Berry: perché ho scritto di auto.

Giuseppe Cesaro ·

Ho scritto di automobili perché una persona su due le possedeva. Ho scritto d’amore perché tutti vogliono l’amore.Parola di Charles Edward Anderson Berry - “Chuck” per il mondo rock e non solo - nato a Elleardsville, sobborgo nero di St.Louis (Missouri), il 18 ottobre 1926 e morto lo scorso 18 marzo a Saint Charles (Missouri), alla ragguardevole età di 90 anni. "Se tu volessi dare un altro nome al rock and roll – diceva John Lennon - lo potresti chiamare Chuck Berry". Un tributo tutt’altro che esagerato, se si considera che Berry è uno dei musicisti/autori che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’esplosione del rock, sia dal punto di vista dell’impatto musicale, che sociale. Quinto tra i “100 più grandi artisti di sempre”, secondo la celebre rivista Rolling Stone, dopo Beatles, Dylan, Elvis e Rolling Stones. E scusate se è poco.

La chitarra che ha suonato la carica

Protagonista assoluta la chitarra elettrica. "C’è stato un momento nella mia vita ha dichiarato Keith Richards, chitarra-simbolo degli Stones - nel quale l’unica cosa che volevo era imparare a suonare come Chuck Berry". Berry inventa uno stile personale e fortemente innovativo, caratterizzato da riff mozzafiato (brevi assolo strumentali all’inizio e all’interno dei brani), che colpiscono immediatamente, scatenando in musicisti e teenager la voglia di suonare e ballare. Un esempio tra tutti, il folgorante attacco di “Roll Over Beethoven” (1956) che diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica di Berry, oltre che uno dei primi e più fortunati stilemi della lingua rock. Lo stesso Berry lo riprenderà nella celeberrima “Johnny B. Goode” (1958), ricordata con reverente ironia da Michael J. Fox in una scena cult di “Ritorno al Futuro” (Robert Zemeckis, 1985). Nel giro di tre/quattro anni Berry sforna una serie di hit che diventeranno ispirazione e punto di riferimento per più di una generazione di grandi musicisti e che sono tutt’oggi considerati autentici classici: “Maybellene” (1955), “Roll Over Beethoven” e “Rock And Roll Music” (datati 1956, che finiranno entrambi nel repertorio dei Beatles), “Sweet Little Sixteen” (1958: plagiata da “Surf In U.S.A.” dei Beach Boys nel ’63: Berry vincerà la causa, diventando co-autore del brano), “Johnny B. Goode” (1958) e “Back In The U.S.A.” (1959).

Cadillac e Ford

Seconda grande passione dell’inventore del “Duck Walk” (il passo dell’anatra, con il quale accompagnava i suoi assolo nelle esibizioni live): le auto, l'epopea delle quali ha narrato in più di una canzone. E' proprio a una sfida tra auto – metafora sessuale di una rovinosa passione per una ragazza non esattamente fedele – ad esempio che è dedicato uno dei primi e più grandi successi del nostro: “Maybelline” (1955): “Mentre me la tiravo, salendo la collina, ho visto Maybellene su una Coup de Ville. Una Cadillac correva sulla provinciale: niente dovrà battere la mia Ford V8. La Cadillac sarà andata a centocinquanta. Le auto, incollate l’una all’altra, correvano fianco a fianco. La Cadillac ha sorpassato la mia Ford. E la Ford si è surriscaldata: non ce la faceva più. Ma poi sono arrivate le nuvole e ha cominciato a piovere. Ho strombazzato col clacson per chiedere strada. La pioggia s’infilava sotto il cofano e ho capito che il motore si stava riprendendo. La temperatura è scesa, il motore si è raffreddato ed è stato in quel momento che ho sentito quel frastuono sulla strada: la Cadillac era seduta come una tonnellata di piombo. 180 all’ora! Un chilometro più avanti, la Cadillac era ancora piantata là. E così ho preso Maybellene in cima alla collina”.

Ehi pa': mi compri un'auto nuova?

Ma c’è anche il figlio disperato che chiede al padre di finanziargli un’auto nuova: “Dear Dad” (1965) “Ehi, pa’, non ti arrabbiare, tutto quello che ti chiedo per il prossimo semestre è: posso comprare un’auto nuova? Questa è davvero disgustosa su queste grandi strade… Farei prima ad andare a piedi, piuttosto che guidare questa vecchia Ford… La settimana scorsa stavo andando a scuola e a momenti mi becco una multa: è una violazione al codice della strada guidare sotto i 70 all’ora, ma se provo a spingerla a 80 questa vecchia Ford crolla! Quindi, pa’, mandami i soldi e vedrò cosa riesco a fare per trovare una Cadillac – una ’62 o ’63: qualcosa che non ci faccia preoccupare ogni volta che la mettiamo su strada. Sinceramente tuo, il tuo amato figlio, Henry Ford Jr.

Jaguar e Thunderbird verso il confine

Né può mancare un testa a testa folle, come in “Jaguar And Thunderbird” (1960): “Un tratto di quindici chilometri su una strada dell’Indiana: c’erano una Jaguar azzurro cielo e una Ford Thunderbird. La Jaguar, sparata a 160, cercava di bruciare la Bird prima del confine della Contea. A meno di un chilometro da Ludenville, in cima alla collina, il cartello del limite di velocità diceva: 60 chilometri all’ora e niente sorpassi, ma la Jaguar e la Thunderbird non rispettano mai i segnali”.

Ludenville è una piccola città: qualcuno fa la spia e mette sull’avviso lo sceriffo che aspetta al varco le due auto e si lancia al loro inseguimento, quando mancano ormai poco più di tre chilometri al confine. “Il vecchio sceriffo contava sul tratto in discesa: spinto dal vento ce l’avrebbe fatta. La Thunderbird vide che la Jaguar aumentava la velocità, la salutò - “Addio, Jaguar” – e si portò in testa. La Jaguar disse: “Non hai ancora vinto la gara” e si sparò al fianco della Bird come un jet. Il paraurti anteriore della macchina dello sceriffo era a meno di un metro da loro quando T-Bird e Jaguar passarono la linea di confine. Rallenta, piccola Jaguar; calmati, piccola Thunderbird!”.

Prigioniera della cintura

Ma non c’è sempre bisogno di bruciare l’asfalto per godersi la strada: a volte è bello anche vagare, così, senza meta, come in “No Particular Place To Go” (1964): “In giro sulla mia macchina, la mia ragazza di fianco a me al volante, le rubo un bacio tra un miglio e l’altro e la mia curiosità si scatena, mentre viaggiamo e ascoltiamo la radio, senza nessun posto in particolare dove andare… E così abbiamo parcheggiato a Kokomo. La notte era giovane e la luna dorata, e abbiamo deciso di farci una passeggiata: potete immaginare come mi sono sentito, quando non sono riuscito a slacciarle la cintura di sicurezza. Allora abbiamo ripreso a viaggiare nella mia gabbia, mentre continuavo a cercare di allentarle la cintura. Per tutta la strada fino a casa non ho smesso di portare rancore alla cintura di sicurezza che non ha ceduto, viaggiando e ascoltando la radio, senza nessun posto in particolare dove andare”.

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