Ultimo aggiornamento  21 maggio 2019 14:34

Merkel e l'auto tedesca incontrano Trump.

Flavio Pompetti ·

NEW YORK - Angela Merkel non si è presentata sola davanti a Donald Trump nel primo incontro al vertice tra i due paesi dopo le elezioni americane. Al suo fianco la cancelliera tedesca aveva gli amministratori di Siemens (elettronica), Schaffler (cuscinetti) e Bmw. Il messaggio che ha voluto comunicare era chiaro: l’industria tedesca è parte integrante dell’economia americana, e non può essere trattata come un’impresa di rapina, da minacciare con sanzioni punitive.

Tutto è iniziato dalla Rabbit

L’automobile è una componente di primo piano di questa presenza dal 1978, quando la Volkswagen aprì in Pennsylvania la fabbrica di Westmoreland che costruiva le popolarissime Rabbit. La casa di Wolsburg nel tempo si è trasferita ad Auburn Hills, ha chiuso l’impianto di Westmoreland e oggi produce le Passat in Tennessee, ma le sue rivali di bandiera ne hanno tutte seguite l’esempio, e si sono installate nella nuova area di espansione a sud del paese.

Il sud è il regno dell'auto tedesca

La Mercedes ha investito tra stanziamento iniziale e ulteriori aggiunte, 5,8 miliardi a Tuscaloosa in Alabama, un impianto produttivo della capacità di 300.000 auto dove impiega 3.600 operai per l’assemblaggio di GLE, GLE Coupé e Classe C. A Charleston in Sud Carolina sta invece realizzando una seconda fabbrica che costruirà i furgoni Sprinter, con l’aiuto di 1.000 addetti. La Bmw ha realizzato a Spartanburg in Sud Carolina l’impianto più grande dell’intero gruppo. Una fabbrica che impiega 9.000 persone, e dopo la recente espansione ha una capacità produttiva di circa 450.000 vetture. Il 70% della produzione è destinata all’esportazione. A voler allargare il compasso, i numeri si fanno esplosivi: ad esempio la Daimler, che negli Usa costruisce la linea di mezzi pesanti Freightliner, ha 22 tra centri produttivi e di ricerca negli Usa e impiega 22.000 persone. La Bosch ne impiega 24.000 con un fatturato di 9 miliardi di dollari; la Siemens 50.000, con 22,4 miliardi di vendite.

Il problema resta il Messico

Tutta questa è la forza che la Merkel porta al tavolo delle trattative. Il punto debole per lei è invece l’espansione oltre il confine messicano. E’ per questo che accanto a lei ha voluto la Bmw, la casa che Trump ha chiamato per nome con la minaccia di una tariffa di re-importazione del 35%. La bavarese sta costruendo in Messico, dove il costo del lavoro è un quinto di quello che paga negli Usa, una fabbrica da un miliardo di dollari. La Audi vuole assemblare la Q5 in uno stabilimento a San Luis Potossì in comproprietà con la Nissan, la quale è in accordo anche con la Mercedes per l’apertura di una nuova impresa produttiva. In termini strategici, gli investimenti negli Usa sono stati un passaggio obbligato per la crescita globale. Il trasferimento in Messico è (o era) una testa di ponte per l’espansione futura. Su questa strada oggi incontrano Donald Trump, che è diventato presidente degli Usa con la promessa di spostare indietro le lancette del tempo, e riportare gli Usa alla grandezza perduta.

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