Ultimo aggiornamento  18 settembre 2019 18:09

Vibrazioni e motori da spiaggia.

Giuseppe Cesaro ·

Ci sono dischi, grandi dischi e capolavori. Il brano la cui incisione iniziò il 17 febbraio 1966 – 51 anni fa esatti ieri – appartiene, indiscutibilmente, all’ultima categoria. Un capolavoro figlio di un genio e registrato durante le session in uno dei più grandi dischi di sempre. Di cosa parliamo? Rispettivamente di “Good Vibrations” – il brano, Brian Wilson – il genio, e “Pet Sounds” - l’album, nel quale il brano non venne inserito, per decisione dell’autore. Album che Rolling Stone colloca al secondo posto tra i “500 più grandi album di tutti i tempi”. Curiosità: sulla foto di copertina - scattata nell'area riservata ai ragazzi dello Zoo di San Diego (California) - una serie di capre sostituiscono le hot-rod, i pick-up e le muscle car che di solito accompagnavano le fatiche discografiche della band.

Auto sempre protagonista

Fino a quel momento, infatti, l’auto era stata protagonista assoluta di moltissimi brani di successo della band. Tra gli altri: "409" (1962), dedicato a una Chevrolet 409, “Custom Machine” (‘63), per i patiti delle elaborazioni (“te la lascio guardare, ma non la toccare”), “Spirit of America” (‘63), sull’omonimo dragster all’inseguimento del record assoluto di velocità, “Little Deuce Coupe” (‘63) per una tra le hot-rod più amate: una Ford Model B del ’32, “Shut-down” (‘63), ispirata a una gara tra una Dodge Dart e una Chevrolet Corvette (“shut down” si potrebbe tradurre “stracciare”), “I get around” (‘64) le hot-rod come strumento di conquista (“prendiamo sempre la mia macchina perché nessuno l’ha mai battuta”), "Fun, Fun, Fun" (‘64) ispirata alla storia (vera) di una ragazzina che prende in prestito la Ford Thunderbird del padre, con la scusa di andare a studiare in biblioteca e, invece, se ne va a mangiare un hamburger con gli amici, e “This car of mine” (‘64), sulla “malattia” delle quattro ruote: “Non me ne separerei mai: questa piccola macchina conta un casino per me”. 

Ascoltare per credere

Cos’hanno di tanto speciale, allora, "Good Vibrations" e "Pet Sounds"? Tutto. Ascoltare per credere. Vi state chiedendo: “Perché non li conosco?” Perché i Beach Boys – questo è il nome della band in questione - sono forse il più sottovalutato (e troppo in fretta dimenticato) tra i grandi gruppi della storia del rock. Eppure, fino al 1967, contendevano la palma di band più importante del pianeta niente meno che a Beatles e Rolling Stones.

"Un classico insuperabile"

“Chi ascolterà questa merda?” chiese Mike Love – il cantante del gruppo – a Brian Wilson. La risposta l’ha data la storia: tutti. E tutti quelli che hanno ascoltato quel disco, l’hanno amato. Uno per tutti, Paul McCartney: “Adoro quell'album - ha dichiarato – probabilmente è esagerato definirlo il classico di questo secolo, ma per me è fantastico. Certamente un classico, per molti aspetti insuperabile”. "Good Vibrations" è stato il terzo brano dei Beach Boys a raggiungere il numero 1 nelle classifiche Usa, il loro primo n°1 in Gran Bretagna e il primo singolo del gruppo a vendere un milione di copie. Secondo Billboard, è proprio grazie a lui se quell’anno, in un sondaggio tra i lettori di New Musical Express, la band di Wilson venne votata la numero uno al mondo, davanti a Beatles, Walker Brothers, Rolling Stones e Four Tops.

Mamma musa ispiratrice

Pare che l’ispirazione sia arrivata a Wilson da sua mamma. “Mi parlava spesso di vibrazioni – ha dichiarato il co-fondatore dei Beach Boys. Quand’ero un bambino, non capivo esattamente cosa significasse. La parola “vibrazioni” mi spaventava. Lei mi raccontava dei cani e del fatto che abbaiano a certe persone e ad altre no, perché – diceva - ricevono delle vibrazioni che non si possono vedere, ma che loro percepiscono”. L’idea fu quella di scrivere una canzone sulle vibrazioni trasmesse dalle persone. Vibrazioni che la musica sa rappresentare e restituire meglio di qualunque altra forma d’arte.

L'uno-due di Lennon & McCartney

L’impatto di singolo e album su pubblico e mondo della musica fu fortissimo. “Pet Sounds” (maggio ‘66: le date sono importanti perché tutto accadde in soli 13 mesi), nato per superare il beatlesiano “Rubber Soul” (dicembre ‘65), aveva raggiunto il suo scopo. La premiata ditta Lennon&McCartney non poteva non raccogliere il guanto della sfida. E, infatti. I Beatles dichiararono chiusa per sempre la stagione dei concerti dal vivo, per dedicarsi esclusivamente alla realizzazione di album in studio. La risposta non si fece attendere. Risposta doppia: “Revolver” (agosto 1966) e “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” (giugno 1967).

Il primo fu l’album che – secondo l’ingegnere del suono Geoff Emerick - “cambiò per tutti il modo in cui si facevano i dischi: nessuno aveva mai udito niente di simile”. Per Rolling Stone è terzo tra i 500 più grandi di sempre, alle spalle proprio di “Pet Sounds”. Il secondo è l’album nel quale il rock raggiunge i propri vertici creativi ed espressivi. Questo sì il classico più rappresentativo del Novecento. Non a caso, infatti, Rolling Stone lo mette al primo posto tra i “500 più grandi album di tutti i tempi”. Davanti a “Pet Sounds”. Un uno-due devastante, dal quale Brian Wilson non si sarebbe più ripreso. E nemmeno i Beach Boys. Ma questa è un’altra storia. 

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