Ultimo aggiornamento  17 febbraio 2019 05:24

La mobilità è contro Trump.

Francesco Paternò ·

Sono 127 le aziende americane, la maggior parte con sede nella Silicon Valley, che hanno preso posizione contro il decreto presidenziale che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana. Tra queste, ci sono le principali società di nuova mobilità, come Uber e Lyft, raggiunte nella notte da Tesla. Mentre a Detroit solo la Ford ha preso posizione contraria, Gm si è limitata a inviare una nota ai suoi dipendenti promettendo un aiuto a chi avesse avuto problemi d’ingresso nel Paese, la Fiat Chrysler tace. Anche se Sergio Marchionne può sempre sostenere che il suo gruppo ha sede legale in Olanda.

"Danno significativo"

Nella lettera firmata da 97 società della Silicon Valley, cui si sono aggiunte altre 30 (fra cui Tesla e Space X di Elon Musk, il quale rimane tuttavia consigliere di Trump nello Strategic and Policy forum), il braccio di ferro con la Casa Bianca è ben spiegato: il divieto presidenziale è “un danno significativo al business, all’innovazione e alla crescita” degli Stati Uniti e rende “più difficile e costoso per le aziende Usa cercare e assumere alcuni dei migliori dipendenti del mondo”.

Colpiti negli interessi

Le aziende, insomma, non hanno firmato per motivi politici o ideologici – come pure avevano fatto la maggior parte di loro insieme a molti media durante la campagna elettorale schierandosi contro il repubblicano Trump – ma perché colpite nei propri interessi. Se si scorre l’elenco, si nota che fra le new entry c’è anche Udacity, società che lavora a un progetto di guida autonoma open source, mentre nella prima lista ci sono società come Snap, che sta per entrare in borsa con una operazione da circa 25 miliardi di dollari. Una rivolta globale.

Kalanick si è dimesso

Uber si è schierata contro dopo che il 27 gennaio, giorno del “Muslim ban” presidenziale, all’aeroporto JFK di New York aveva aumentato le tariffe dei propri taxi privati appena l’associazione degli autisti professionali e la società di AirTrain avevano deciso di fermarsi per protesta. Sulla rete è partita subito una campagna #DeleteUber che ha portato a oltre 200.000 cancellazioni dell’applicazione californiana. Travis Kalanick, ceo di Uber, è stato costretto a lasciare lo Strategic and Policy forum.

Lyft e Ford contro 

Il rivale Lyft ha invece messo subito un milione di dollari in quattro anni a favore dell’American Civil Liberties Union. Mark Fields, ceo di Ford e d’intesa con suo presidente Bill Ford, ha preso posizione immediatamente: il “Muslim ban va contro i nostri valori”, rivendicando la migliore tradizione liberal di un marchio che ha motorizzato l’America e aggiungendo valore alla trasformazione in corso in “mobility company”.

Gm e Fiat Chrysler in mezzo

Mary Barra, ceo di Gm, è rimasta invece in mezzo: dopo il comunicato di sostegno ai suoi dipendenti, non ha detto no a Trump che ha incontrato nello Strategic and Policy forum di cui fa parte, unica delle Big di Detroit. Silenzio infine dalla Fiat Chrysler di Marchionne, sotto inchiesta per le emissioni di un motore diesel da parte dell’Epa (l’ente federale per la protezione dell’ambiente, di fatto paralizzato da Trump) e del Dipartimento di giustizia Usa.

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