Ultimo aggiornamento  23 settembre 2019 21:53

Fields: non è l'America di Ford.

Flavio Pompetti ·

NEW YORK - “Henry Ford non avrebbe approvato, e nemmeno posso farlo io. Il bando dell’amministrazione Trump contro i rifugiati e contro i cittadini di paesi musulmani non è in linea con i valori centrali della nostra azienda, e non possiamo che rigettarlo”. Complimenti a Mark Fields. In una giornata in cui grandi settori dell’industria americana si erano levate contro la politica migratoria del nuovo presidente americano, la voce dei costruttori d’auto era rimasta assente, e l’assenza iniziava a pesare sulla scena nazionale.

L’ondata di ribellione era partita dalla catena di caffè Starbucks e si era estesa alla Nike; poi aveva contagiato l’intero settore dell’alta tecnologia di Silicon Valley, da Google alla Apple, per finire ad Amazon e Airbnb. I costruttori d’auto restavano isolati, e qualcuno aveva cominciato a insinuare fossero sotto il pollice di Trump per via delle minacciate tasse punitive sulle importazioni. Uber si era addirittura schierata contro la protesta: i suoi autisti sabato hanno violato lo sciopero dei yellow cab che si rifiutavano di servire l’aeroporto Kennedy dove 11 viaggiatori erano detenuti in seguito al bando. Gli autisti indipendenti del gruppo hanno assicurato il collegamento con la città di New York

Fields ha infine rotto gli indugi ieri con un comunicato e con un’intervista pomeridiana alla CNN. Dearborn, il sobborgo di Detroit che ospita i quartieri generali della Ford, ospita la concentrazione maggiore di arabi in tutti gli States. Un cittadino su tre della città è di fede musulmana. Il ceo dell’azienda non ne fa nemmeno una questione di bandiera: “Non è mio compito – ha detto- stabilire se il decreto è xenofobo o discrimina sulla base della religione. Più semplicemente va contro la nostra cultura aziendale, che è basata sull’integrazione di gente diversa, e sulla promozione verticale del talento, qualsiasi colore abbia”.

Sono parole che danno conforto. È un piacere vedere una parte del paese, quella che produce lavoro e ricchezza, e che tanto piace a Trump, sollevare la testa per ribadire l’essenza dello spirito americano di fronte all’attacco. È l’America che tutti conosciamo, e che ha lasciato una fetta di identità in ogni paese dell’occidente. È l’America che abbiamo tutti nel cuore e che vogliamo difendere.

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