Ultimo aggiornamento  18 ottobre 2019 21:43

Colazione alla White House.

Flavio Pompetti ·

Secondo giorno, tocca all’auto. Barra, Fields e Marchionne si sono seduti a prendere il caffè con Donald Trump per ripetere un copione ormai noto: un gruppo di amministratori delle più importanti aziende del paese ascolta il leder politico che parla della rivoluzione in arrivo nel campo dell’occupazione. Nuove fabbriche che aprono, migliaia di nuovi posti che si materializzano, l’America che torna a d essere grande.

Marchionne in guardia

A porte chiuse gli interventi dei tre dirigenti sono durati non più di due minuti l’uno. Trump sembra aver trovato una qualche affinità con Mike Fields, anche solo per averlo avuto ospite per due giorni di fila. Ha dato delle pacche sulle spalle a Mary Barra, già consulente per la squadra economica presidenziale, e si è tenuto a rispettosa distanza da Marchionne, che pur sedendo alla sua sinistra è rimasto in seconda linea rispetto al presidente, guardandolo un po’ di striscio con intensità. Non è un mistero del suo rapporto di reciproco rispetto con Obama, e il cambio di poltrona sembra averlo lasciato un po’ sulla difensiva.

Proposte e controproposte

Trump ha di nuovo messo sul piatto quanto ha da offrire alle imprese: forti tagli fiscali e sforbiciata drastica a leggi e regolamenti che appesantiscono lo slancio industriale: dall’ambiente al red tape burocratico. I tre gli hanno risposto con un concetto interessante. Il vero ostacolo allo sviluppo delle loro aziende è altrove: è nella manipolazione di valuta che impedisce loro di gareggiare ad armi pari con le aziende straniere.

Guerra al Giappone?

Sarà un caso, ma solo due giorni prima Trump aveva affiancato il Giappone alla Cina, nella lista dei paesi che manovrano il cambio della propria valuta per acquisire un vantaggio competitivo scorretto a favore dei prodotti del proprio paese. I marchi giapponesi sono stati i veri vincitori della crisi dell’auto in America, al termine della quale si trovano oggi con il 35% del mercato in mano, contro il 44% vantato dalle Tre Grandi, inclusa la Chrysler.

Vedremo presto se dietro le minacce per le reimportazioni dal Messico (dove gli investimenti delle Tre Grandi sono tutti in ascesa), il vero bersaglio della politica economica del nuovo governo non sarà piuttosto il vecchio schieramento dei marchi asiatici, e dopo questi magari di quelli europei.

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