Ultimo aggiornamento  19 agosto 2019 18:27

A day in the life: dramma in musica.

Giuseppe Cesaro ·

“Ho letto sul giornale di oggi, ragazzi, di un uomo fortunato che ce l’aveva fatta. E, sebbene la notizia fosse piuttosto triste, non ho potuto fare a meno di ridere: ho visto la fotografia. Si era fatto saltare il cervello in un’auto, non si era accorto che il semaforo era diventato rosso. Un sacco di gente se ne stava lì a guardare: avevano già visto la sua faccia, ma nessuno era davvero sicuro se apparteneva o no alla Camera dei Lord”. Sono i primi versi di “A Day In The Life”, il brano che chiude “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967), l’ottavo album dei Beatles. L’album più importante della storia del rock. Secondo Rolling Stone numero uno tra i 500 più grandi dischi di sempre.

Due canzoni in una 

La firma è doppia. Doppia e leggendaria: Lennon-McCartney. Mai come in questo caso si tratta di un brano scritto a quattro mani. Per la verità, di due pezzi – molto diversi per struttura e atmosfera – fusi insieme dal genio di George Martin, il produttore dei Beatles: l’uomo che riusciva a tradurre in partiture e suoni le sconvolgenti idee dei quattro ragazzi di Liverpool. Erano anni di grazia per la strabiliante creatività beatlesiana. Dopo un capolavoro come “Revolver” (1966), i Beatles stavano per fare il bis, portando ancora più in alto l’asticella della loro arte.

L'incidente di 50 anni fa

Quella mattina Lennon era al piano. Lavorava a un pezzo nuovo. Davanti a lui il “Daily Mail”, aperto alla pagina delle notizie brevi. Lo colpì il trafiletto che raccontava di un incidente avvenuto nella notte nel cuore nobile di Londra. Un giovane – aveva solo 21 anni - che guidava a velocità un po’ troppo elevata, non si era accorto del rosso e, per evitare l’impatto con un’altra auto - una Volkswagen - aveva sterzato bruscamente, schiantando la sua Lotus Elan contro un furgone parcheggiato. Era domenica 18 dicembre 1966: cinquant’anni esatti fa.

Amico degli Stones ma ricordato dai Beatles

Tara Browne, questo il nome del giovane, non era solo il vivace rampollo di una nobile dinastia irlandese – il padre era il quarto Barone Oranmore e Browne, la madre un’ereditiera della fortuna del famoso marchio di birra Guinness – ma anche uno degli animatori della psichedelica movida della “swinging London”. Tra i suoi amici erano sia i Beatles che i Rolling Stone, che – per quanto la cosa possa apparire sorprendente – erano di poco più grandi di lui: Mick Jagger e Keith Richards, infatti, avevano solo 23 anni, McCartney 24 e il “vecchietto” Lennon 26. La notizia, forse anche per questo, colpì i due Beatles che immortalarono la scena, romanzandola, nelle strofe di “A Day In The Life”, dando vita a uno dei più grandi capolavori - sia musicali che narrativi – di tutta l’arte pop.

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