Ultimo aggiornamento  22 maggio 2019 17:05

Le "Pretty Women" di Roy Orbison.

Giuseppe Cesaro ·

Elvis lo aveva definito “il più grande cantante del mondo”. Bob Dylan diceva che la sua voce “avrebbe potuto scuotere un cadavere” e che ogni volta che la sentiva mormorava “Non ci credo!”. Il Beatle George Harrison lo aveva voluto leading voice dell’ultimo grande supergruppo del Novecento: i “Travelling Willburys”, insieme a Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne. Possibile che sbagliassero tutti? Impossibile. E, infatti, non sbagliavano. Di chi stiamo parlando? Di Roy Orbison - “l’angelo triste del rock and roll”, come è stato definito, per le molte tragedie che ne hanno segnato la vita, non felice malgrado il successo – secondo Rolling Stone 37mo tra i 100 più grandi artisti di sempre. Il 4 dicembre 1988 è la data della sua ultima apparizione: morirà soltanto 48 ore dopo. 

Prime royalty prima Cadillac

Grandi passioni? Neanche a dirlo: quattro e due ruote. Con le sue prime royalty (aveva venduto “Claudette”, un brano dedicato alla moglie, agli Everly Brothers, tra i gruppi di maggiore successo degli anni Cinquanta) era corso a comprare un’auto. “Dovevo avere una Cadillac – confesserà in un’intervista -  una Cadillac e un anello con diamante. Poi ho preso una Cadillac un po’ più grande e un diamante un po’ più grande. Ma alla fine ho pensato: Tutto questo è stupido... e mi sono fermato”. La prima Cadillac era bianca, la seconda turchese. Ma ce n’era anche una rosa nella quale il nostro viaggiava spesso in compagnia di un gruppetto di stimati “colleghi”: Johnny Cash (autentica leggenda della musica americana), Jerry Lee Lewis (grande rivale di Elvis) e Carl Perkins (uno dei “padri costituenti” del rock).

In auto per comporre

Per Roy l’auto non era solo passione, status symbol o mezzo di trasporto. Era anche uno spazio creativo. Soprattutto agli inizi, infatti - dato che l’appartamento che divideva con la moglie (che morirà nel ’66, a soli 24 anni in un incidente di moto, rientrando a casa insieme al marito) e il figlio piccolo era tutt’altro che generoso in fatto di spazio - capitava spesso che, per comporre, Roy si rifugiasse in macchina insieme alla sua chitarra. Auto e moto sono state sempre fedeli compagne d’arte e di vita e “il più grande cantante del mondo” non ha mai smesso di guidarle, amarle e collezionarle. Impossibile tenere il conto di quante ne abbia possedute. Se ne vedeva passare una che gli piaceva, la seguiva e si offriva di comprarla lì su due piedi. 

Mille meraviglie

La Rete è piena di sue foto al volante o in sella. C’è n’è davvero per tutti i gusti dai go-kart, alle muscle-car, senza disdegnare nemmeno i trattori. Tra le mille meraviglie a quattro ruote vale la pena ricordare una Cadillac Deville decappottabile color avorio, del 1965 (che dopo la morte di Orbison – 6 dicembre 1988 – verrà acquistata dal suo grande fan Charlie Sheen), una MG Midget del 1961, verde bottiglia (una foto ritrae il cantante mentre la sta lavando), una Corvette Roadster del 1967 - rossa, con interni neri (uno dei due soli esemplari equipaggiati con motore 435), una Jaguar E-type bianca del 1968, una Porsche 911 Speedster nera, e una Mercedes 600 SWB (Short Wheel Base) Limousine del 1972. Ultimo acquisto, una Crovette Stingray 390Hp del 1967, rossa con capote bianca, con la quale si recava ogni giorno nella casa-studio di Dylan a Santa Monica (California) per registrare insieme ai Travelling Willburys. L’auto è visibile al National Corvette Museum di Bowling Green in Kentucky.

Auto da copertina

Molte (e tutte bellissime) anche le auto che appaiono sulle copertine dei dischi. Meritano certamente più di uno sguardo la Chrysler celeste decappottabile del 1960 di “Lonely and Blue” (1961), la Daimler Double Six inizio anni Trenta di “The Classic Roy Orbison” (1966) e l’Excalibur SS bianca, con carrozzeria “phaéton” ispirata alle auto degli anni Venti, su “Cry Softly Lonely One” (1967). L’angelo triste del rock and roll ha cantato (e forse anche amato) una sola “Pretty Woman”. Questa breve ma intensa carrellata dimostra, però, che lungo la sua strada, per quanto difficile e dolorosa, la consolazione della bellezza non gli è mancata.

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