Ultimo aggiornamento  25 giugno 2019 22:01

Jimi Hendrix, in Corvette senza patente.

Giuseppe Cesaro ·

4 giugno 1967. Sabato. Saville Theatre, nel cuore di Londra. Lo spettacolo sta per cominciare. Il sipario si apre. Una Stratocaster bianca irrompe sulla scena, con una versione mozzafiato di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, la title track di quello che sarebbe stato definito il più grande album della storia del rock. Il brano – appena uscito (il disco era stato pubblicato solo tre giorni prima) – era firmato Lennon-McCartney. La chitarra, invece, era quella di James Marshall “Jimi” Hendrix, destinato a diventare il più grande chitarrista rock di sempre. Quella sera al Saville c’è anche Paul McCartney. Il teatro era gestito dal manager dei Beatles. “Fu il complimento più grande”, ricorda, emozionato e ammirato dal fatto che quel disco significasse così tanto per un talento di quel calibro. “Ricordo quell’episodio – dichiarerà - come uno degli onori più grandi della mia carriera”.

Chitarrista al volante pericolo costante

Jimi era arrivato a Londra da illustre sconosciuto nove mesi prima. Fine settembre 1966. Esattamente cinquant’anni fa. Aveva 24 anni. In soli quattro anni le sue mani avrebbero rivoluzionato per sempre il linguaggio della chitarra e del rock. Quanti sanno, però, che il più grande chitarrista rock della storia, al volante era un vero pericolo pubblico e non aveva nemmeno la patente? Non solo: prima di compiere 19 anni, era stato pizzicato per ben due volte dalla Polizia alla guida di auto rubate. Per evitare di farsi due anni di carcere, aveva scelto di arruolarsi nell’esercito.

Faceva rizzare i capelli

Evidentemente le sue mani – tanto prodigiose quando imbracciavano una sei corde - diventavano incontrollabili e totalmente inaffidabili quando si trovava a bordo di una quattro ruote. Billy Cox – il bassista che ha diviso con Hendrix le ultime incisioni al Record Plant di New York nel 1969 - lo ricorda come un guidatore sconsiderato e spericolato. E quando parla dei loro giri in macchina per Manhattan, su e giù dagli studi di registrazione, ne parla come di “esperienze che facevano rizzare i capelli”. “Entravamo in studio verso le otto di sera – ricorda Cox – e di solito non ne uscivamo prima di mezzogiorno del giorno successivo: lui con la sua chitarra, io con il mio basso. La macchina, però, aveva soltanto due posti e così io dovevo tenere una gamba fuori dal finestrino e lui la chitarra dietro la schiena. “Finirai coll’andare addosso a qualcuno!” – gli urlavo. Mi spaventava. E finalmente, quando arrivavamo all’albergo lo guardavo incredulo e dicevo: ehi, amico: siamo sani e salvi!”

La Cortez Silver coupé 1969

Volete sapere di quale due posti stiamo parlando? Una di quelle che gli americani definiscono “muscle car”: vale a dire supercar coupé o decappottabili decisamente esuberanti. Veloce sulle corde, veloce sulla strada: doveva essere più o meno questa l’idea che ispirava Jimi e terrorizzava gli altri. Niente male per un senza-patente. Quella che faceva rizzare i capelli a Billy Cox (e, c’è da giurarlo, non soltanto a lui) era una Chevrolet Corvette Cortez Silver coupé, con un V8 “small block” da 350cv, trasmissione automatica, in grado di sfiorare i 200 all’ora (196) e passare da 0 a 100 in 6,7 secondi. Hendrix l’aveva fatta equipaggiare con un mangiacassette giapponese: il massimo che la tecnologia dell’epoca potesse offrire, dal momento che la maggior parte delle auto di allora montava lettori di nastri “Stereo-8”.

Primi soldi, prima Corvette

Ma la Cortez Silver non era la prima Corvette di Hendrix. Quello tra il “Voodo Child” e le “Vette”, era, evidentemente, amore vero, non una passione passeggera. Alla fine di marzo dell’anno precedente (1968), infatti, a Cleveland, durante un tour negli Stati Uniti, Jimi e il suo addetto stampa - Mike Goldstein (che era originario del posto e conosceva le concessionarie locali) - erano andati a fare shopping. “Era pomeriggio – racconta Mitch Mitchell, il batterista del trio – Jimi e Noel (Redding, il bassista, ndr.) erano usciti per comprare la loro prima auto. Era la prima volta che avevamo dei soldi da spendere."

La “Stingray” blu metallizzata 1968

In quell’occasione Hendrix ordinò una “Stingray” coupé blu metallizzata del 1968 e Noel una Mercury Coguar. Pare che l’esordio al volante della sua prima Corvette non sia stato, però, dei migliori. Sembra, infatti, che Hendrix abbia imboccato contromano una strada a una sola corsia e sia stato fermato e multato dalla polizia, sia per l’infrazione che – ancora una volta - per il fatto di non avere la patente.

"Ho appena distrutto la macchina"

La storia, però, non finisce qui. E non finisce bene. Dato che il nostro era impegnato in una serie di concerti, non rivide la sua amata Stingray fino a ottobre. All’epoca Hendrix e la band risiedevano nei dintorni di Los Angeles. Un sabato sera Jimi e i suoi andarono ad assistere a un concerto dei Cream: altra leggendaria band degli anni Sessanta, con alla chitarra tale Eric Clapton. Dopo il concerto ci fu una festa che durò fino alle cinque del mattino e i ragazzi andarono a dormire quando erano ormai le sette. “Indovina? – disse Hendrix al bassista – Ho appena distrutto la macchina”. Mitchell, che era stramazzato sul letto per gli eccessi della serata, pensò che si trattasse di un sogno. Soltanto molte ore più tardi si accorse, invece, che era tutto vero. La Corvette di Hendrix era completamente distrutta. E, guardando ciò che restava della macchina, nessuno riusciva a capacitarsi di come lui ne fosse uscito vivo. Dalla ricostruzione di quanto era successo si capì che, per sua fortuna, perdendo il controllo dell’auto, Hendrix aveva istintivamente curvato verso destra, schiantandosi contro alcune rocce. Il male minore, senza dubbio. Se avesse curvato a sinistra, infatti, sarebbe precipitato in un canyon profondo almeno un centinaio di metri.

Era la fine di ottobre del 1968. Quelle mani che sapevano far fare alle chitarre cose delle quali gli umani non erano mai stati capaci, ma non riuscivano a governare un semplice volante, avrebbero smesso di affascinare il pianeta meno di due anni dopo: il 18 settembre 1970, al Samarkand Hotel di Notthing Hill, in quella “Swinging London” che ne aveva scoperto e ammirato il genio e lo aveva avviato sulla strada dell’immortalità.

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