Ultimo aggiornamento  14 ottobre 2019 20:50

Auguri "2 Cavalli", sorprendente Bond car.

Giuseppe Cesaro ·

“Prego sali, sali pure; no, non mastico l’inglese, I don’t speak so solo giusto qualche frase. È carina da morire, quanta roba porca l’oca, la Camilla – yes, my car – qui mi si sbraca”.

Protagonista di un "concept album"

È l’attacco di “W l’Inghilterra”, brano di apertura di “Gira che ti rigira amore bello” (1973), secondo “concept album” (un disco nel quale ogni canzone è un capitolo di un’unica storia) di successo di Claudio Baglioni, a solo un anno di distanza dal trionfale “Questo piccolo grande amore” (1972). Perché ricordarlo qui? Perché la protagonista di quel disco – una Citroën 2 cavalli - venne presentata per la prima volta al “Mondial de l’Automobile” di Parigi, esattamente 68 anni fa: il 7 ottobre 1948.

Quattro ruote sotto a un ombrello

Il progetto, però, aveva cominciato a prendere forma nella mente del suo ideatore - Pierre-Jules Boulanger – intorno alla metà degli anni ’30. Durante una vacanza nella campagna francese, infatti, Boulanger si era reso conto che nessuno possedeva un'auto. “Voglio – aveva scritto sulla sua Moleskine - quattro ruote sotto ad un ombrello, capaci di trasportare una coppia di contadini, cinquanta chili di patate ed un paniere di uova attraverso un campo arato. Senza rompere un uovo”.

Camilla fuma

“Gira che ti rigira amore bello” è la storia di un viaggio di iniziazione. Una sorta di “Easy Rider all’italiana” – la definizione è di Baglioni, che simboleggia il passaggio, tutt’altro che indolore, dal sogno di una adolescenza libera e scapigliata, alla realtà. Che non c’è lieto-fine, lo si capisce dall’ultima scena del cortometraggio che accompagnava il disco: Baglioni apre il portabagagli, prende una tanica di benzina e dà fuoco alla sua “Camilla”. “La testa mi fa male e tutto gira, gira, gira intorno a me: ma perché Camilla fuma? Che cosa scema! Ho ancora tante cose da vedere, tante cose da capire”.

Genio italiano

La linea – fresca, giovane e originalissima – della 2cv si deve al genio di Flaminio Bertoni, che qualche anno dopo (1955) avrebbe disegnato anche l’immortale DS: la “Dea”. Bertoni era stato chiamato da Boulanger a migliorare l’estetica, non proprio felicissima, della TPV (“trés petite voiture”: “auto piccolissima”), firmata da André Lefebvre nel 1939. Linea sorprendente, allestimento spartano e costi ridotti all’osso hanno fatto della 2cv la macchina della generazione giovane a cavallo tra il sogno della “Summer of love” (1967) e l’incubo degli “anni di piombo”, simboleggiando, soprattutto, il suo desiderio di autonomia e la sua sete di libertà.

American Graffiti

Non è affatto un caso, allora, ritrovarla in una scena culto di un classico sulla perdita dell’innocenza come “American Graffiti” (1973) di George Lucas. Al volante, un giovanissimo Richard Dreyfuss, che va alla ricerca del mitico dj Wolfam Jack (qui nella parte di se stesso), nella speranza che lo aiuti a rintracciare la sconosciuta che gli ha sussurrato “Ti amo” da dietro il finestrino della sua macchina. Non c’è un minuto da perdere: l’alba, con la partenza per il college o per il Vietnam, metterà la parola fine a tutto. Wolfam Jack non esiste, confessa l’uomo della radio al ragazzo. Non è altro che una voce registrata su dei nastri. Il giovane, deluso, esce dalla stazione, ma fa in tempo a intravedere il tizio che cambia voce, indossa il timbro inconfondibile di Wolfman Jack e lancia il pezzo successivo. La notte non è finita: c’è ancora tempo per sognare.

Solo per i tuoi occhi

Gialla come la Camilla di Baglioni - ma senza passaruota e capote neri - è anche l’indistruttibile 2cv protagonista della rocambolesca fuga (4,30 minuti di pellicola, fra tornanti mozzafiato e ripidi terrazzamenti di ulivi) con la quale James – Roger Moore – Bond e Carole Bouquet, seminano le due Peugeot 504 nere dei “cattivi”, in “Solo per i tuoi occhi” (1981). Chissà cosa avrebbero pensato Boulanger e Bertoni se avessero visto la loro esile creatura trasformarsi, addirittura, in una invincibile “Bond Car”.

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2 CV  · American Graffiti  · Claudio Baglioni  · 

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