Ultimo aggiornamento  11 dicembre 2019 18:42

Piaggio Ciao, il precursore.

Antonio Vitillo ·

Precursori delle moderne biciclette a pedalata assistita da motore elettrico, c’erano una volta gli scooter a motore a scoppio assistito dalla pedalata. Il progresso però talvolta riserva aspetti crudeli, perché noi adoriamo il ricordo di quelle belle pedalate a lingua di fuori sul nostro caro vecchio Ciao. In piedi sui pedali e “gas a manetta”, questo era il modo di andare in salita; una stramberia, che è pure metafora dell’adolescenza spensierata degli anni ‘70, quando la gioventù era abbastanza maldestra, forse impreparata nell’attraversare la veloce mutazione sociale che avveniva.

Icona del tempo

Il ciclomotore Ciao della Piaggio fu soprattutto icona del libero diporto urbano, trasversale a qualsiasi schieramento politico e culturale, essenzialmente in grado di snobbare eventuali grovigli di “sardomobili”; ovvio sinonimo di automobile, il termine riportava facilmente all’omologazione, allo smodato impersonale consumismo figlio della prorompente industrializzazione, una sorta di ossessione dalla quale era socialmente difficile sottrarsi. Il Ciao invece, pur essendo anch’esso un prodotto della stessa onda industriale, sulle sardomobili faceva sponda per autopromuoversi, tanto che la Piaggio creò una serie di irridenti slogan pubblicitari come, ad esempio, “Le sardomobili non hanno più sogni, giovane chi Ciao”.

Era emancipazione

Antesignano dell’attuale concetto di “mobilità ecosostenibile”, il Ciao era emancipazione, era un misto di classe operaia e gioventù sbarazzina, era il sorriso di quei tempi che, poggiando su una gradevole prosperità percepita, aprivano a brillanti prospettive. Sebbene quelle speranze non furono “le prime a morire” poi, inesorabilmente, molte di esse si spensero; il Ciao attraversò incurante quei tempi.

Leggero ed elegante

Il primo esemplare risale al 1967; era l’epoca del Mosquito, del Velosolex e alla Piaggio di Pontedera, sebbene per più larga scala, si pensava a realizzare qualcosa di simile. Mentre si susseguivano progetti e modellazioni varie, arrivò però l’alluvione del ’66; il 4 novembre gli operai si mobilitarono per salvare le macchine dalle acque limacciose che strariparono dall’Arno; tre metri d’acqua in fabbrica fecero comunque danni per due miliardi di lire. Dopo neppure un anno, e paradossalmente sull’acqua, alla Fiera del Mare di Genova, l’11 ottobre 1967 la Piaggio presentò il primo veicolo a ruote alte; il Ciao si mostrò leggero, di sobria eleganza, con il motore orizzontale tenuto ben nascosto, come il serbatoio, anch’esso racchiuso nei due semigusci di carrozzeria.

Costava 60.000 lire

Chi scrive ricorda un Ciao esposto nella vetrina di un punto vendita Standa di Roma, un “grande magazzino”; un cartellino ne riportava il prezzo: lire 60.000. Alla faccia del concessionario specializzato e “chi se ne” del servizio clienti, il Ciao era affabile, abbordabile, era semplice quindi economico da manutenere; bastava fare un litro di miscela al 2% dal distributore a pompa, che di solito conteneva olio di pessima qualità, per fare anche 50 chilometri. Forte della robustezza che consegue alla semplicità, non aveva sospensione posteriore, bastavano le molle sotto il sellino, proprio come una bicicletta; la forcella, ma non dalla primissima versione, montava un piccolo bilancino a molle per lato, all’altezza della ruota, l’antitesi tecnica dei futuri “antidive”, i sistemi antiaffondamento della forcella in frenata.

Accenderlo era pratica che stimolò non dichiarate sfide fra i possessori: chi riusciva ad avviarlo con un colpo secco, cioè mezzo giro in avanti di un solo pedale, si caricava del tipico magnetismo da “figo”.
Nel mondo, di potenziali fighi se ne contarono almeno tre milioni e mezzo, forse quattro, tanti furono i Ciao venduti fino al 2006. Se con esso, insomma, non è passata una “generazione di fenomeni”, il Ciao è sicuramente stato un fenomeno di generazioni.

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