Ultimo aggiornamento  22 luglio 2019 14:15

Trasporto pubblico, qualcosa si muove.

Michele Giardiello* ·

In uno studio recente la Fondazione Filippo Caracciolo - Centro Sudi ACI ha analizzato lo stato del trasporto pubblico in Italia, fotografandone lo stato ed indicando le prospettive anche alla luce di un confronto con gli altri Paesi europei. In questi anni la situazione non è molto cambiata e il tema del trasporto collettivo e della mobilità urbana rappresenta oggi una priorità non rinviabile se si vogliono ammodernare le città e il Paese.

I numeri del trasporto pubblico

Vediamo alcuni numeri salienti del trasporto pubblico in Italia: 116.500 addetti; 2 miliardi di chilometri percorsi ogni anno con 5,4 miliardi di passeggeri trasportati; un fatturato di oltre 10 miliardi di euro; un parco veicolare di oltre 50 mila unità composto per il 93% da autobus e solo per l’8% da treni, metropolitane, tranvie, traghetti ed impianti a fune. L’età media dei nostri autobus supera i 12 anni contro una media europea di poco superiore a sette. L’evasione tariffaria comporta alle aziende mancati ricavi per 450 milioni di euro l’anno. I ricavi da biglietti e tariffe in Italia coprono poco più del 30% dei costi contro il 60,5 della Germania e l’84,2% del Regno Unito. L’88% delle nostre aziende ha meno di 100 occupati e quasi la metà un numero di dipendenti tra 1 e 5. La struttura industriale è fortemente polverizzata e non ha paragoni in nessun altro Paese evoluto.

20 modifiche normative in meno di 20 anni

In termini di dotazione infrastrutturale, il confronto con altre realtà internazionali è mortificante: sulle metropolitane, per esempio, la Germania ha 606 chilometri di linee, la Spagna 569, la Francia 349, il Regno Unito 503 e l’Italia solo 161,9. A questo va aggiunto una schizofrenia legislativa che ci ha portato a contare negli ultimi 10 anni oltre 20 modifiche normative dopo la riforma Burlando del 1997. Per mantenere gli attuali livelli di servizi è stato stimato un fabbisogno di 6,5 miliardi di euro, da ripartire tra le 15 regioni a statuto ordinario, ma l’attuale fondo nazionale non supera i 5 miliardi. Manca quindi un quadro definito di servizi, di risorse e di regole precise.

Gli stranieri comprano

In questo scenario invocare il ricorso al mercato e alle gare - che sono necessarie - appare puramente illusorio. Le gare si fanno e gli investitori partecipano solo se vi è un quadro dei servizi definito, norme chiare e risorse certe. Se tutto questo manca, è inutile sperare che il mercato possa rappresentare da solo il meccanismo di governo ed evoluzione del settore. Gli investitori stranieri preferiscono infatti non partecipare alle gare, orientandosi più ad acquisire direttamente le aziende come è successo recentemente soprattutto nel centro-nord dell’Italia.

Il governo si muove

Ma in fondo al tunnel si vede finalmente una luce. Si ravvisa oggi una nuova consapevolezza del governo, pronto a muoversi su almeno tre aspetti fondamentali:

  • regole chiare che non “contraddicano” quelle economiche, stabilizzando il quadro normativo con pochi ma efficaci e mirati interventi sulla disciplina del settore;
  • un piano di investimenti che dia certezza delle risorse per portare la qualità dei servizi su standard europei, partendo da un rinnovo del parco veicolare di tutto il trasporto pubblico;
  • un meccanismo premiante di ripartizione delle risorse che scongiuri possibili iniquità tra imprese efficienti e imprese meno efficienti.

* Direttore Studi e Ricerche della Fondazione ACI Filippo Caracciolo

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