Ultimo aggiornamento  17 novembre 2019 03:55

Mitsubishi, lo scandalo s'allarga.

Enrico Artifoni ·

Non c’è pace per Mitsubishi. Lo scandalo delle false dichiarazioni relative ai consumi delle sue vetture continua ad allargarsi. La settimana scorsa il ministero dei Trasporti giapponese ha ordinato lo stop alle vendite nel Paese di otto modelli, fra cui il Pajero e l’Outlander, in aggiunta alle quattro minicar per le quali era già stato accertato l’uso di metodi di calcolo scorretti per far risultare percorrenze medie molto più elevate di quelle reali, mentre il quartier generale della Casa è stato passato al setaccio dagli investigatori in cerca di altre prove.

Il fatturato cala, l'utile crolla

La nuova tegola si è abbattuta sul sesto costruttore di auto giapponese a pochi giorni dall’annuncio di un calo del fatturato del 14% e dell’utile operativo del 75% nel primo trimestre dell’anno fiscale, che in Giappone comincia con il mese di aprile. Ciò che pesa di più sul bilancio, atteso in perdita per 145 miliardi di yen (circa 1,3 miliardi di euro), sono però gli accantonamenti straordinari (125,9 miliardi di yen solo nel primo trimestre) per le multe e compensazioni che la Casa dei Tre Diamanti dovrà pagare allo Stato e ai clienti. E non è finita qui: come per il Dieselgate di Volkswagen, la valutazione del danno sale di giorno in giorno, con l’ampliarsi dello scandalo.

25 anni di furbate

Mitsubishi avrebbe barato sui consumi dei suoi modelli non solo dal 2002, come ammesso inizialmente, ma per ben 25 anni. Nel caso delle minicar prodotte anche per Nissan (le vetture simili ai nostri quadricicli tanto diffuse in Giappone) avrebbe addirittura dichiarato percorrenze stimate, senza svolgere veri e propri test. Ed è stata proprio la Casa cliente a notare e a far emergere per prima le notevoli discrepanze fra il dichiarato e il reale. 

Ci sono cascati ancora

Per il costruttore giapponese si tratta del secondo grave scandalo in poco più di un decennio. Già nell'estate del 2000, infatti, Mitsubishi dovette ammettere di avere nascosto per un lungo periodo vari difetti anche molto seri delle proprie auto, come gli assali che non reggendo alle sollecitazioni potevano portare al distacco delle ruote. L'allora boss Katsuhiko Kawasoe andò a scusarsi in tv e perse il posto, così come 11.000 lavoratori per la crisi seguita alla clamorosa ammissione.

Quando i tagli non bastano

Al primo scandalo, la Casa dei Tre Diamanti è sopravvissuta mettendo in atto un piano di ristrutturazione molto pesante, imperniato su forti tagli dei costi, la cessione di vari asset (fra cui la fabbrica olandese dove veniva prodotta la Colt) e la ricerca di sinergie tramite una serie di accordi con altri costruttori (da ultimo Fiat per i pick-up). Ora, proprio mentre la situazione stava evolvendo al meglio grazie anche agli investimenti su suv, auto ibride ed elettriche, il futuro di Mitsubishi è di nuovo in discussione.

La sfida del rilancio

L’emergere di nuove irregolarità rende ancora più ardua la sfida del rilancio lanciata nella primavera scorsa da Carlos Ghosn - il ceo di Renault-Nissan già autore del clamoroso salvataggio del secondo gruppo giapponese - con l’offerta da parte di Nissan di 2,2 miliardi di dollari per acquisire il controllo di Mitsubishi con il 34% delle azioni. Da un’integrazione, l’Alleanza franco-nipponica potrebbe trarre però forti vantaggi: risparmi sui costi per oltre 6 miliardi di dollari sono attesi già nel 2018. Senza contare l’indubbia forza di un gruppo che per volumi produttivi già l’anno prossimo potrebbe superare il gigante Toyota, secondo gli analisti di LMC.

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