Ultimo aggiornamento  19 luglio 2019 18:15

Vanno male le Olimpiadi dell'auto.

Enrico Artifoni ·

Mentre a Rio de Janeiro vanno in scena i Giochi della 31esima Olimpiade, l’industria e il mercato dell’auto brasiliani affrontano la più grave crisi di sempre. Dopo un decennio di forte e ininterrotta espansione che ha portato a un picco nel 2013 di oltre 3 milioni di immatricolazioni di autovetture e più di 500mila veicoli commerciali leggeri, la tendenza si è rapidamente invertita. In soli due anni i volumi di vendita sono calati del 30,1% per le vetture e del 33,6% per gli Lcv. E non va meglio, quest’anno, anzi: nel primo semestre, rispettivamente con 806.378 e 145.886 immatricolazioni sia il mercato delle auto sia quello dei commerciali hanno lasciato sul terreno un altro 25% rispetto allo stesso periodo del 2015. Appena più contenuto il calo della produzione (-21%) grazie all’incremento delle esportazioni.

Produrre in loco è d'obbligo

Per effetto degli alti dazi sull’importazione e dei rischi legati al cambio, in Brasile vende da sempre chi produce in loco o quantomeno nei Paesi vicini (Argentina e Uruguay). Da fuori arrivano solo auto di lusso e modelli di nicchia. Proprio lo stretto legame fra produzione e vendita ha favorito negli anni scorsi il decollo del mercato, ma per converso accentua le difficoltà ora che l’economia va male. In due anni, dal 2013, nelle fabbriche di automobili sono andati in fumo oltre 20mila posti di lavoro, e molti di più considerando l’indotto e le reti distributive ne ha persi l’intero settore.

Vanno quasi tutti a etanolo

Un’altra caratteristica peculiare del mercato brasiliano è il netto predominio, fra i tipi di alimentazione, delle vetture Flex Fuel, cioè che vanno normalmente a etanolo e all’occorrenza a benzina. La progressiva diffusione di questo bio-carburante che si produce in Brasile con gli scarti della lavorazione della canna da zucchero è stata sponsorizzata negli anni dai vari governi per accentuare l’indipendenza energetica del Paese, più che il rispetto dell’ambiente. Fatto sta che oggi, quasi nove veicoli nuovi su dieci sono Flex Fuel, benzina e Diesel si dividono quel che rimane (con preferenza per il gasolio fra gli LCV) e le auto elettriche sono ferme al palo (appena 451 immatricolazioni nel primo semestre 2016).

Fiat leader, Gm e Volkswagen inseguono

Storicamente, la leadership di mercato se la contendono in tre: Fiat (da anni stabilmente al primo posto), General Motors e Volkswagen. L’arrivo di nuovi costruttori (da ultimo Jaguar Land Rover) ne ha eroso un po’ le quote, ma insieme  i tre gruppi valgono ancora quasi la metà delle vendite. Nel primo semestre di quest’anno Fca ha tenuto botta con una quota complessiva del 17,8%, davanti a Gm (prima nelle auto, ma indietro nei commerciali) con il 16,5% e Volkswagen con il 13,5%.

Jeep all'assalto con Renegade 

Proprio a causa della persistente debolezza dell’economia e del mercato dell’auto in Brasile, l’America Latina è l’unica area in cui Fca non fa utili (l'ultimo dato reso noto è un EBIT negativo per 79 milioni di euro nel 2015). Sono partite subito forte però le vendite di Jeep (oltre 30mila unità nel secondo semestre 2015 e altrettante da gennaio a luglio di quest’anno) dopo l’avvio della produzione di Renegade nel nuovo stabilimento di Goiana, nella regione del Pernambuco, che affianca la storica fabbrica di Betim nel Minas Gerais (la più grande di Fiat, con una capacità di oltre 700mila unità/anno).

Per ripartire citycar, suv e pick-up

Proprio a Goiana, oltreché in Messico, dovrebbe essere prodotto anche il nuovo Suv medio di Jeep che sostituirà l’anno prossimo la Compass e la Patriot, mentre la marca Fiat continua per parte sua a sfornare nuovi modelli tagliati “su misura” per il Brasile (fra i più recenti la citycar Mobi e il pick-up Toro), mostrando fiducia nelle capacità di ripresa dell’economia. Ci crede anche Renault, che proprio alla vigilia delle Olimpiadi ha confermato gli investimenti in Brasile e annunciato che dall’anno prossimo saranno costruiti là i suv Captur e Kwid C. Vede nero invece Honda, che ha deciso di sospendere i lavori di costruzione della sua seconda fabbrica nel Paese (un impianto da 120mila unità/l’anno a Itirapina).

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