Ultimo aggiornamento  23 febbraio 2019 06:37

Nelson Piquet, uno di Rio.

Marco Perugini ·

“Ragazzo, non sai nemmeno pulire un casco” sono le prime parole sentite nel circus della Formula 1 da Nelson Piquet, pronunciate nel 1974 a Interlagos dal pilota argentino Carlos Reutemann al 22enne intrufolatosi nel box Brabham durante il Gran Premio del Brasile. “Ora basta, la cosa non è più per me” è la dichiarazione con cui lo stesso Nelson appende il suo casco al chiodo nel 2006, 32 anni più tardi sempre a Interlagos, dopo aver vinto l’ultima gara insieme al figlio pure lui pilota (primo campione del mondo di Formula E nel 2015) e soprattutto dopo aver conquistato in Formula 1, 3 titoli mondiali, 23 vittorie, 60 podi, 24 pole position e 23 giri veloci.

Il tennista diventa pilota

Il padre lo vuole tennista e con la racchetta in mano Nelson vince pure titoli juniores. Il ragazzo, nato e cresciuto a Rio de Janeiro, però adora correre sui kart all’insaputa dei genitori. Il papà è il ministro della Sanità nel governo Goulart e per sfuggire alla sua ira Nelson sceglie il nome Piket, derivato dal cognome Piquet della madre, ma la vittoria di due titoli nazionali lo fanno scoprire al genitore che lo spedisce in California. Alla morte del padre Nelson si riavvicina alle auto da corsa, vincendo il campionato brasiliano di Formula Super Vee per vetture a ruote scoperte di derivazione Volkswagen e facendosi così notare dal campione brasiliano Emerson Fittipaldi, che gli consiglia di correre in Europa in Formula 3. Dopo due anni in Italia e in Inghilterra, sbarca in Formula 1 e corre il primo Gp in Germania nel 1978.

In Formula 1 per 207 volte

All’esordio trova come compagno di squadra il campione del mondo Niki Lauda. L’ultima gara nella massima serie dei motori la corre nel 1991 affiancando nel team il giovane Michael Schumacher, che poi diventerà il pilota più vincente con 7 titoli mondiali. Solo un grande può vincere tra due simili icone della storia dei motori e infatti Piquet è uno che la storia la scrive, firmando l’albo d’oro della Formula 1 nel 1981, nel 1983 e nel 1987 (le prime volte su Brabham, l’ultima su Williams) e sfiorando l’impresa almeno in altre tre annate. E’ il primo brasiliano a conquistare più di due campionati, nonché il primo a vincere un titolo con il motore turbo.

Stili di guida e di vita opposti

Gli appassionati lo ricordano per lo stile di guida equilibrato ma efficace. In pista tira fuori il massimo da se stesso (nel 1982 sviene sul podio dopo aver vinto il Gp del Brasile dopo un duello con Villeneuve e Rosberg) e dalla vettura (il sorpasso in derapata su Senna in Ungheria nel 1986 viene definito il più bello della storia). Il pubblico adora anche il suo stile di vita sfrenato, che lo contraddistingue come il più audace tombeur de femmes della F1 con i continui scherzi a piloti, tecnici, giornalisti e perfino le autorità sul podio.

L’attenzione alla sicurezza gli costa la Ferrari

“Piquet è uno capace di imprese bellissime” scrive nel suo libro Enzo Ferrari, ma tra Nelson e il Cavallino non nasce intesa perché Maranello non dimentica il giudizio del brasiliano sulle Rosse: “le Ferrari sono poco sicure” dichiara nel 1982 Piquet intervenuto per primo in soccorso di Pironi nell’incidente in Germania, tre mesi dopo la morte di Villeneuve in Belgio. Accadimenti che segnano Nelson, sempre attento alla sicurezza, soprattutto dopo l’incidente che lo vede protagonista nel 1987 a Imola alla curva del Tamburello, la stessa che costerà la vita a Senna sette anni più tardi: se la cava senza conseguenze e contesta il fermo impostogli dai medici con un giro di pista in moto senza casco per salutare il pubblico, ma il botto rimane nella sua mente fino all’impressionante incidente nel 1992 durante le prove della 500 Miglia di Indianapolis, che gli procura forti traumi alle gambe. La Formula 1 l’ha abbandonata l’anno prima e dopo un troppo lento recupero deve dire addio pure alla massima serie americana e alle corse che contano.

Due sogni rimasti nel cassetto

Il grande campione ammette anche le sconfitte, che per lui sono due sogni rimasti nel cassetto: vincere ad Indianapolis e soprattutto a Monaco, una pista che ama pur non trionfandoci mai. “Correre il Gp di Montecarlo è come andare in bici dentro casa” dichiara sconsolato dopo uno degli 8 ritiri su 13 gp disputati. Spento il motore, Nelson si è dato agli affari con diversi investimenti imprenditoriali fruttati oltre 200 milioni di dollari e guadagni che per sua ammissione non avrebbe mai ottenuto da pilota.

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