Ultimo aggiornamento  08 aprile 2020 04:59

Interstate Highway System: i 60 anni delle autostrade USA.

Giuseppe Cesaro ·

La rete autostradale americana (“The Interstate Highway System”) ha appena compiuto 60 anni. Era il 29 giugno 1956, infatti, quando – dal suo letto d’ospedale del “Walter Reed Army Medical Center” di Washington, D.C. - il Presidente Dwight Eisenhower firmava il “Federal-Aid Highway Act”, dando, così, il via libera alla costruzione di una rete di 41mila miglia (quasi 66mila chilometri) di autostrade, in grado di collegare tra loro tutte le principali città del Paese. Costo previsto: 26 miliardi di dollari, sostenuti al 90% dal Governo Federale, grazie alla creazione di un “Highway Trust Fund”, finanziato con l’aumento da 2 a 3 centesimi a gallone (3,7 litri) del prezzo della benzina. Oggi l’Interstate Highway System si estende per ben 47,8mila miglia: 77mila chilometri; 37mila in più della circonferenza della Terra all’Equatore, tanto per rendere l’idea. Eisenhower, che - quale Generale dell’esercito americano - durante la Seconda Guerra Mondiale aveva combattuto in Germania, era rimasto fortemente impressionato dalla rete di strade ad alta velocità (“Reichsautobahnen”) fatte costruire da Hitler per consentire rapidi movimenti di truppe. Divenuto Presidente (1953) si era reso conto dell’importanza di dotare gli Stati Uniti di una rete stradale analoga, sia per facilitare crescita e sviluppo del Paese, che per migliorarne il sistema di difesa. In caso di attacco nucleare, un simile sistema di super-strade avrebbe, infatti, consentito una rapida evacuazione delle città. Per questa ragione Eisenhower definì il progetto “essenziale per l’interesse nazionale”.

Interstate Tour: da Memphis a Winslow in 15 canzoni

Lasciamoci, ora, alle spalle la guerra e proviamo a farci guidare lungo queste grandi strade da alcune canzoni ispirate al grande rock da altrettante città-simbolo del continente a stelle e strisce. Punto di partenza di un ideale “Interstate Tour” non può che essere la I-40, detta – non a caso – “Music Highway” (l’autostrada della musica), dal momento che collega Memphis (per gli americani – e non solo per loro: "la Casa del Blues e la Culla del Rock and Roll”) con Nashville, detta “Città della Musica” per la straordinaria influenza su un’infinità di generi musicali. Partiamo, dunque, da Memphis, sulle note della “Graceland” di Paul Simon: un pellegrinaggio verso la maestosa residenza di Elvis al 3734 del boulevard che porta il suo nome: la seconda residenza più visitata negli Stati Uniti, dopo la Casa Bianca.

Da Nashville a New York

Duecento miglia di I-40 in direzione est incontriamo Nashville, accompagnati dai “The Birds” con un classico strumentale come "Nashville West”; dopo 753 miglia di I-64E (le vocali che seguono il numero delle Interstatali indicano i quattro punti cardinali) raggiungiamo Baltimora dove ci attende Prince: “La pace è più dell’assenza della guerra”, canta in “Baltimore”. 106 miglia sulla I-95N sono sufficienti per raggiungere Filadelfia, tra le città più antiche degli USA. Qui furono firmate sia la Dichiarazione di Indipendenza (1776), che la Costituzione degli Stati Uniti (1787). A “Phillies” ci accoglie Neil Young, con un brano che porta in nome della città: “Città dell’amore fraterno, posto che chiamo casa, non voltarmi le spalle”. Saliamo in direzione nord-ovest per una sessantina di miglia sulla I-476N, per raggiungere Allentown, cantata da Billy Joel nel brano omonimo: “E siamo tutti qui ad Allentown ad aspettare la Pennsylvania che non abbiamo mai trovato e le promesse dei nostri insegnanti”. 107 miglia a est sulla I-78E bastano per affacciarsi sull’Oceano insieme al Bruce Springsteen di “Greetings From Asbury Park”, il suo album d’esordio (1973). Con poco più di 90 miglia tra I-195W e I-95N saliamo a New York, dove – tra le decine di brani dedicati alla “Grande mela” - incontriamo il Bob Dylan di “Talkin’ New York”: “credevo di aver visto degli alti e bassi, finché non sono arrivato a New York, con la gente che finisce sotto terra e gli edifici che salgono fino al cielo”.

Da Cleveland a Salt Lake City

Ci vogliono quasi 500 miglia verso ovest sulla I-80W, invece, per raggiungere le sponde del lago Erie e attraversare Cleveland insieme al genio multiforme di Frank Zappa: “Let’s move to Cleveland” (“Trasferiamoci a Cleveland”) è il suo invito. Un motivo ci sarà. Ma non chiedete aiuto al testo: anche in questo caso, infatti, il brano è uno strumentale. Proseguendo verso ovest per 343 miglia sulla I-90W, arriviamo, in un’altra delle città-simbolo quanto a vocazione musicale: Chicago - “The Windy City” – sul lago Michigan, autentica alter ego nordica di Memphis e Nashville, e grande capitale del jazz e del blues. Sulle sponde del Michigan risuona un superclassico: “Sweet Home Chicago”, firmata nel 1936 da un gigante del blues come Robert Johnson. Proseguiamo verso ovest, scendendo, però, leggermente a sud, lungo I-55S e I-70W e, dopo poco più di 500 miglia, ci troviamo a Kansas City, dove potremmo lasciarci avvolgere dal ritmo coinvolgente del brano omonimo, portato al successo internazionale da uno dei pionieri neri del grande rock: Little Richard. Se rimaniamo sulla I-70W, seicento miglia più a ovest incontriamo Denver: accanto a noi, un’autentica leggenda vivente del folk-rock americano: Willie Nelson, con la sua ballad dedicata alla città: “Le luci intense di Denver splendevano come diamanti, come diecimila gioielli nel cielo”. 522 miglia sulla I-80W e ci troviamo sulle sponde di un terzo lago, salato questa volta, le cui acque hanno una composizione molto simile a quella dell’Oceano. Qui sorge Salt Lake City, città dove - secondo quanto cantano i Beach Boys - ci sono “le ragazze più belle tra quelle di tutti gli Stati dell’Ovest, d’estate c’è il sole e d’inverno si scia alla grande”.

Da San Francisco a Las Vegas

Proseguendo su questa strada, che declina ancora verso sud, a 750 miglia dalle ragazze, dal sole e dalla neve, incontriamo l’Oceano Pacifico e la leggendaria baia di San Francisco, altra città alla quale sono state dedicate decine di canzoni. Impossibile citarle tutte. Potremmo, allora, provare a ritrovare le atmosfere sognanti della “Summer of Love” e a riflettere su quanto siano cambiate le cose rispetto agli anni nei quali (1967) Scott McKenzie faceva sognare i ragazzi della sua generazione con una ballad che diceva: “Se stai andando a San Francisco, assicurati di mettere dei fiori tra i capelli”. Ci vogliono ben 570 miglia e due Interstate – I-5S e I-15N – per lasciarsi l’Oceano alle spalle, invertire la rotta, puntare a est, uscire dalla California, entrare in Nevada e raggiungere una delle capitali mondiali del gioco d’azzardo: Las Vegas. Penultima tappa del nostro “Interstate Tour” in 15 canzoni, nella quale – prima di approdare in Arizona, per incrociare uno degli angoli d’America più famosi grazie al rock – potremmo chiudere il cerchio aperto a Memphis davanti a “casa” Presley, ricordando “Viva Las Vegas” (1964), il musical con Elvis e Ann Margaret ed il brano omonimo nel quale “The Pelvis” cantava “come vorrei che ci fossero più di ventiquattrore in un giorno, perché anche se ce ne fossero quaranta di più, non sprecherei nemmeno un minuto per dormire!”.

Winslow: chi era costei?

Beh: almeno un riposino prima o poi bisognerà pur farlo, perché ci sono altre 307 miglia da fare – risalendo sulla I-40E – per raggiungere Winslow. Chi era costei? Una minuscola cittadina dell’Arizona (la popolazione non raggiunge i 10mila abitanti), assurta agli onori delle cronache mondiali per una citazione contenuta all’interno di una delle più famose rock ballad americane: “Take It Easy” (“Non te la prendere”), scritta da Jackson Browne nel 1972 e portata al successo planetario dal primo singolo di una delle band simbolo del west-coast sound anni ‘70: gli Eagles. “Me ne sto a un angolo di strada a Winslow, in Arizona, ed è davvero un gran bel guardare: una ragazza - mio Dio! - su una Ford con i sedili ribaltabili, che rallenta per darmi un’occhiata. “Coraggio, baby, non dirmi forse: devo sapere se il tuo dolce amore mi salverà!

Come sia andata a finire tra i due non è dato sapere. Quello che si sa, però, è che Winslow, riconoscente, ha deciso di immortalare quel momento con una statua in bronzo e un murale posti nelle vicinanze di un parco chiamato: “Standin' On The Corner Park”. Il nostro viaggio termina qui, nel caso, però, provaste l’irrefrenabile desiderio di ripartire – le combinazioni tra grandi città e grandi canzoni tendono davvero all’infinito – sappiate che vi bastano (si fa per dire) 1.270 miglia di I-40E per tornare a Memphis e ricominciare tutto da capo. “Hey Hey, My My – canterebbe il grande Neil Young – Rock and Roll can never die”.

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