Ultimo aggiornamento  13 dicembre 2019 16:37

Uber, l'occhio del padrone.

Flavio Pompetti ·

Venerdì mattina gli autisti Uber delle maggiori città americane saranno molto attenti a rispettare i semafori e il diritto di precedenza delle altre vetture. Avranno gli occhi fissi sul contachilometri per non superare i limiti di velocità, e cercheranno persino di evitare le buche della strada. No, non lo fanno in risposta ad una campagna di moralizzazione della guida lanciata dal servizio di car sharing. lo fanno perché temono l’occhio vigile, per quanto sperimentale, del software che l’azienda sta sguinzagliando a loro guardia.  

In tempo reale

Uber non si accontenta più del semplice sistema di stelle con il quale i clienti giudicano gli autisti. In tempo di proliferazione totale di data, cosa volete che siano le vecchie stelle? Vogliono invece sapere in tempo reale come sta guidando una particolare vettura nel traffico, e semmai incrociare alla fine del percorso la lettura dei dati con il giudizio del cliente, per cercare di capire cosa li rende più felici e cosa li preoccupa di più dell’esperienza.

L’ ’occhio del padrone’ è la stessa app che gli autisti usano per collegarsi con la casa madre, acquisire le prenotazioni e raggiungere i posti da cui partono le richieste di un passaggio. Uber ha iniziato a testare lo scorso novembre sulla singola piazza di Houston l’aggiunta del sistema di monitoraggio, e ora è pronta a passare, sempre in via sperimentale, ad una scala più estesa, mettendola all’opera a New York, Chicago, Los Angeles e San Francisco.

Scatole nere

La tecnologia non è nuova: da anni le aziende di trasporti privati registrano sulle scatole nere, dati rudimentali sulla guida dei Tir della loro flotta. Oggi gli sviluppi più recenti permettono uno sguardo più acuto, al punto di usare il giroscopio di uno smartphone per misurare la spinta gravitazionale impressa sul corpo di un passeggero in una curva affrontata a velocità superiore a quella di sicurezza.

Sappiamo in realtà che la capacità di lettura è molto più profonda. Se volesse, Uber potrebbe usare il microfono e la camera del cellulare per ‘vedere’ molto più da vicino quanto succede dentro l’auto. Non può farlo, almeno non alla luce del sole, perché al momento violerebbe il diritto alla privacy dei suoi autisti. Il punto è proprio in questa domanda: dove cade la linea di confine tra l’interesse legittimo di avere una guida sicura, e una società priva di libero arbitrio? Per quanto sensibile alla prima esigenza, ci sentiamo naturalmente dalla parte degli autisti di Uber, che da oggi sono un po’ meno liberi di accelerare di fronte ad un semaforo giallo. 

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