Ultimo aggiornamento  23 ottobre 2019 01:34

La crudeltà di Le Mans.

Michela Cerruti ·

Insieme al Gran Premio di Montecarlo e alla 500 Miglia di Indianapolis, la 24 Ore di Le Mans è di certo tra le gare più popolari al mondo. Conosciuta anche da chi di Motorsport non capisce assolutamente nulla, anche da chi questo sport non lo segue affatto.

Se cercate di spiegare a qualcuno che correte in macchina, ma non in Formula Uno, e dall’altra parte trovate uno sguardo confuso, basterà aggiungere: “Hai presente la 24 ore di Le Mans? Ecco corro con macchine più simili a quelle…” e sorprendentemente sarà più facile farvi capire.

Dal 1924 sono tante le edizioni che per un motivo o per un altro sono rimaste nella memoria degli spettatori, diverse case automobilistiche nella storia si sono sfidate su quello che dagli addetti ai lavori è considerato il circuito più affascinante, scegliendo come campo di battaglia la gara rinomatamente più dura e tesa di tutti i calendari motoristici a livello mondiale.

Di certo però l’edizione 2016 ha di fatto tutte le carte in regola per entrare nella leggenda. Lo sanno tutti, ma davvero tutti, quanto questa gara sia lunga e difficile, ma credo che solo chi fa parte di questo mondo possa davvero capire che tipo di dramma si sia consumato lo scorso weekend.

Perché la 24 ore di Le Mans in realtà non dura solamente 24 ore.

Le case lavorano per mesi, perfino per anni, investono quantità di denaro che farebbero rabbrividire ogni comune mortale, per intere settimane faticano giorno e notte per costruire quei missili terra-aria che sfrecciano sul Circuito de La Sarthe ogni anno. Cento vittorie in cento altre gare non varrebbero come una sola a Le Mans. Quella è La Vittoria.

Per 18 lunghi anni la Toyota ha cercato di portare a termine l’impresa, ma solo quest’anno ci sono andati così insopportabilmente vicini. Soprattutto negli ultimi anni, i giapponesi hanno sempre dimostrato di avere una vettura affidabile, guidata da piloti straordinari e con una buona gestione dei consumi, ma sempre troppo lenta rispetto all’imbattibile Audi e alla neoarrivata Porsche.

Quest’anno sembrava ci fosse proprio tutto: velocità, piloti, affidabilità e un serbatoio che consentiva un giro in più rispetto ai diretti avversari.

E infatti, nonostante la pole position se la fosse aggiudicata una Porsche super competitiva, la casa giapponese ha dominato quasi interamente le fasi di gara con l’equipaggio Nakajima-Buemi-Davidson. Ecco, quasi, perché a cinque minuti dalla fine, la Toyota TS050 Hybrid ha iniziato a rallentare, per poi fermarsi lentamente sul rettilineo principale, singhiozzando disperatamente verso quel maledetto traguardo, cha alla fine non è stato mai raggiunto. 

Abbiamo assistito ad uno dei momenti più surreali del Motorsportpiù recente.

Tre box, tre emozioni, tre reazioni, il dramma.

Il sollievo di un’Audi fino a quel momento piuttosto anonima e invisibile, causa problemi tecnici che hanno afflitto entrambe le vetture fin dai primi giri, ma che ora si trova inaspettatamente sul podio con Di Grassi-Duval-Jarvis, forse per la prima volta con non troppo merito. L’incredulità e poi l’incontenibile soddisfazione all’interno del box Porsche, per aver vinto la 24 ore a 5 minuti dalla fine, quando ormai il risultato sembrava scritto. Tanto che i festeggiamenti dei tedeschi, con tanto di piloti che si rotolavano a terra per la gioia, sono apparsi addirittura fuori luogo, se inseriti nella tragedia che nello stesso istante colpiva i quasi vincitori giapponesi. Ma d’altronde come biasimarli? Jani, Dumas e Lieb hanno vinto la gara più difficile del mondo e per giunta a pochissimi minuti dalla bandiera a scacchi. Per la casa di Stoccarda è la seconda vittoria consecutiva.

“Mors tua, vita mea” è la dura legge di questo sport.

Controllare le proprie emozioni in condizioni del genere è pressoché impossibile, così come sono stati inevitabili lo sgomento, la delusione e le lacrime nel box del Team Gazoo Racing. Ce l’avevano fatta, questa volta ce l’avevano fatta. È plausibile che anche chi non simpatizzasse particolarmente per la casa nipponica, provasse un certo sollievo nel vedere la Toyota vincere almeno una volta davanti ai soliti imbattibili tedeschi, dopo così tanto tempo, dopo così tanti investimenti di forze e sforzi.

Chi mai ha fatto una gara di 24 ore nella propria vita, a qualsiasi livello, può forse immaginare la pesantezza del momento che ora tutte queste persone dovranno superare, per forza, per tornare a combattere al meglio nel prossimo scontro del World Endurance Championship al Nurburgring a settembre.

Un buddhista probabilmente penserebbe che qualcuno ai vertici della Toyota abbia fatto qualcosa di veramente terribile nella propria vita precedente, o forse che abbia fatto un gran torto al Karma in questa attuale. Difficile pensare ad un altro sport che possa rendere così immensamente felici, ma a tratti anche essere il più infame che si possa praticare.

Difficile immaginare un altro sport che preveda investimenti economici e umani così giganti, ma che comprenda tante variabili fuori dal controllo umano, che necessariamente finiscono nelle mani della sorte.

E se l’esperto pilota Alex Wurz dice che “non sei tu a vincere Le Mans, è Le Mans che ti lascia vincere”, allora diciamocelo, cara Le Mans, la Toyota questa volta meritava la tua clemenza. Sarai anche affascinante come nessun’altra, ma quest’anno sei stata davvero troppo crudele.

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Pilota di auto da corsa e donna dei record

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