Ultimo aggiornamento  22 maggio 2019 00:31

Tu chiamali se vuoi "scontri".

Flavio Pompetti ·

New York – Basta chiamarli incidenti. L’America scopre che insieme alla ripresa economica e forse in virtù del crollo del costo delle benzina, gli automobilisti hanno ripreso a viaggiare con rinnovata lena, e che tra le altre conseguenze di questo nuova tendenza il numero di infortuni sta salendo in modo vertiginoso. L’anno scorso sono aumentati dell’8%, e sono stati la causa di morte per 38.000 persone, numero record negli ultimi 50 anni.

Una delle reazioni curiose che il New York Times stigmatizzava nei giorni scorsi è che gli amministratori dell’agenzia per la sicurezza e di tanti uffici locali della motorizzazione stanno chiedendo una rettifica del termine usato per descriverli, dai media che ne raccontano la storia, ai referti della polizia che compongono poi i dati per le statistiche. La parola “incidente”, dicono i funzionari, implica una disgrazia imprevedibile e inevitabile, una sorta di intervento divino. Infatti è stata introdotta nel lessico industriale nella prima metà del ‘900 per aiutare i datori di lavoro a prendere una distanza e ad allontanare la responsabilità civile dagli infortuni nei quali gli operai restavano feriti. Meglio tornare a definire le sciagure stradali con il vecchio nome di “scontro”, che rende il senso di quanto accade nella collisione tra due vetture con ben maggiore gravità lessicale, quasi onomatopeica.

La rettifica è già avvenuta in 28 distretti urbani d’America, e ora ne viene chiesta l’adozione su scala nazionale. Mi sembra facile prevedere che l’America ossessionata dalla correttezza politica e dalla censura linguistica si allineerà su questa decisione. Non solo, ma che farà della crudezza del linguaggio un’arma per un’intera campagna di sensibilizzazione degli automobilisti, oggi assopiti all’idea dell’ineluttabilità dell’incidente, e ancora più rabboniti dalla assicurazione “no fault”, senza colpa.

A me questo dato invece sembra rilevante per tutt’altro discorso. La motorizzazione americana ci dice che solo il 6% di quelle 38.000 morti è dovuta tecnicamente all’incidente, nel senso del mal funzionamento tecnico di una vettura. Il resto delle casualità è tutto dovuto all’errore umano. Il 94% dei decessi sono diretta responsabilità dei guidatori, così come i 2,35 milioni di feriti, e i 230,6 miliardi di dollari di danni, che equivalgono a 830 dollari per ogni cittadino, automobilista o no.

È bene ricordarsi di queste cifre quando si discute l’opportunità o meno di rilasciare la patente di guida a un’auto con pilota automatico. A molti sembra improponibile “patentare” un robot che non ha ancora la certezza matematica di poter evitare “scontri” in condizioni di scarsa visibilità, o per l’interferenza di altri segnali elettronici. Come si fa ad autorizzare l’autopilota, si dice, in presenza di un margine così prevedibile di incertezza?

È giusto ricordarci allo stesso tempo che in cento anni di storia dell’automobile non abbiamo mai quantificato con altrettanta chiarezza quanto incidono l’insipienza, la distrazione, il cattivo giudizio nei disastri stradali. Ad eccezione degli scontri causati da guida in stato di ubriachezza quando sono documentabili, non abbiamo nemmeno categorie nelle quali far rientrare l’errore umano nella guida. Eppure non abbiamo mai sollevato la questione se sia giusto o meno concedere il privilegio della patente ad una macchina operante così fallace in termini statistici come è l’essere umano. 

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