Ultimo aggiornamento  18 settembre 2020 19:43

La folle corsa di Snapchat.

Giuseppe Cesaro ·

Si chiama speed tracker ("rilevatore di velocità") e rischia di creare seri problemi a Snapchat, una delle app più amate dai nativi digitali. Snap" significa "scatto" (anche in senso fotografico), ma anche "facile", "rapido" e "breve periodo": basta miscelare questi significati e la filosofia alla base dell'app è subito chiara. Il suo successo deriva dal fatto che il social consente di inviare foto, filmati e chat che si volatilizzano nel giro di pochi secondi. Non a caso il logo è un simpatico fantasmino ed estremamente difficile – per non dire impossibile – che le comunicazioni possano essere intercettate da genitori, insegnanti e adulti in genere. Pare sia proprio questa una delle ragioni alla base dell’impressionante crescita di gradimento tra i ragazzi tra 13 e 19 anni.

Premi per le foto più "veloci"

La funzione speed tracker permette di rilevare la velocità alla quale si muove chi scatta e posta le foto. Sulla carta niente di male, ma cosa succede se il fotografo sta guidando? E se chi posta viene addirittura premiato per i suoi scatti? Non è difficile immaginare quali conseguenze può avere su strada questo singolare (e discutibile) due più due. Soprattutto se una delle mode più folli e pericolose che si sta diffondendo tra i più giovani, è proprio quella di fotografare/fotografarsi mentre si guida a velocità sconsiderate.

La folle corsa allo snap

Lo scorso settembre, nella Contea di Spalding (Georgia, USA), una diciottenne alla guida della Mercedes del padre decide di premere sull'acceleratore e scattare. E lo fa senza nemmeno curarsi delle proteste delle tre amiche che viaggiano con lei: una delle quali incinta. Christal – è questo il nome della ragazza – scatta più volte. Prima a 80, poi a 90 e, infine, a 113 miglia all’ora (181 km/h), in una strada nella quale il limite di velocità è di 55 miglia (poco più di 88 chilometri). L’inevitabile è dietro l’angolo. Si chiama Wentworth Maynard, ha appena cominciato la sua attività di autista Uber ed è a bordo di una Mitsubishi che la ragazza non vede e centra in pieno. L’impatto è violentissimo. "Fortunata ad essere viva", scriverà, poco dopo l’incidente, la recidiva Christal, a commento di un selfie che la ritrae in barella, sanguinante, con tanto di collare cervicale. Fortunate anche le sue amiche. Grande spavento, ma nessuna conseguenza seria. L’incolpevole Maynard, invece, è decisamente meno fortunato: danni cerebrali permanenti. Passerà cinque settimane in terapia intensiva e ne uscirà con un verdetto di quelli che cambiano la vita: non potrà più lavorare.

L'accusa di incentivare certi comportamenti

L’avvocato di Maynard denuncia Snapchat per negligenza. Non possono ignorare – sostiene - che lo speed tracker spinge la gente a questi comportamenti. Non è la prima volta, infatti, che la casa di Los Angeles viene chiamata in causa per episodi di questo genere. Non solo: prima dell’incidente, www.change.org (la piattaforma per le campagne sociali online) ospitava già una petizione che chiedeva di rimuovere la funzione dall’app.

La risposta di Snapchat

Snapchat, però, respinge ogni addebito. I suoi legali - che negano l’esistenza di premi per chi posta foto - sostengono che la app scoraggia a usare il rilevatore di velocità quando si è al volante. Nessuno scatto – dichiarano – è più importante della sicurezza delle persone. "Noi – aggiungono - scoraggiamo attivamente la nostra community dall'usare il rilevatore di velocità quando si è alla guida", anche attraverso un messaggio specifico, visualizzato dalla stessa app: "Do NOT Snap and Drive" ("Se guidi NON snappare").

Il senso di responsabilità non è una app

Situazione estremamente seria e delicata. Come sempre in questi casi non è facile stabilire un confine netto tra le innegabili responsabilità personali dei singoli (certi comportamenti sono ingiustificabili e devono essere condannati senza riserve) e il potere fuorviante – è proprio il caso di dirlo – insito nella capacità di distrazione di massa di oggetti (smartphone) e programmi (app), che rappresentano tentazioni alle quali, evidentemente, non è così facile resistere: alzi la mano chi non ha mai inviato un sms guidando. 

Il dato sul quale non riflettiamo mai abbastanza, però, è che queste tecnologie stanno modificando significativamente – e non sempre in meglio – il nostro modo di stare in auto e, in generale, di vivere la mobilità. E tutto questo mentre norme, cultura e buon senso faticano a trovare il modo giusto di rapportarsi a una realtà che cambia ogni giorno, in modo molto più veloce della nostra capacità di capire l’importanza di certe tendenze e l’impatto che hanno sulla nostra quotidianità.

Tra i molti significati italiani del termine inglese snap c’è anche "schianto": una parola che, rapportata alla strada, fa rabbrividire. Sarebbe davvero un dramma – sia per gli utenti della mobilità, che per i produttori dell’app del fantasmino - se un social, che nasce per divertire, permettendoci di condividere quanto di bello l’esistenza ci offre, finisse con l’essere associato ad episodi drammatici quali quello accaduto nella Contea di Spalding.

Nulla da dire finché schianto resta sinonimo di bellezza o meraviglia, ma quando siamo alla guida – che si tratti di due, quattro o più ruote – non ci lasciamo distrarre e facciamo in modo che la parola schianto non si riferisca mai al fragore o al boato provocati da un incidente.

Foto, filmati o chat possono anche sparire dopo pochi secondi. Le vite no. Devono essere vissute fino in fondo.

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