Ultimo aggiornamento  16 dicembre 2019 00:06

Sturgis, l'evento Harley che ruba l'anima.

Roberto Sposini ·

E' l’evento motociclistico dell’anno. Dal sito dell’annuale Sturgis Motorcycle Rally, l’evento che ogni anno vede migliaia di harleysti convergere verso lo sperduto paesino del Sud Dakota, il conto alla rovescia avvicina ogni giorno al grande sogno. Mancano mentre scriviamo poco meno di 100 giorni: se vi sembrano una vita, sappiate che per organizzare il viaggio, portarsi con sé la propria moto (o noleggiarla sul posto, come abbiamo fatto noi …) e prendere i voli a una tariffa accettabile è già il momento di muoversi.

Ride free, or die

Noi ci siamo stati, il nostro ricordo comincia con una frase che ci è rimasta stampata in mente. Ride free, or die. L’abbiamo letto da qualche parte, forse sulla t-shirt di qualche bikers, forse sul muro scrostato di un vecchio saloon. Forse non importa. Quel che importa è che l’abbiamo pensato pensato spesso, mentre l’aria ci scorreva sulla faccia, mentre il sole ci bruciava la pelle e lo sguardo correva infinito, in una gara senza tempo contro un nastro d’asfalto che sembrava non finire mai. Senza casco (lì si può), con il cruise control inserito, fieri a cavallo della nostra Harley Electra Glide (che col passare dei giorni abbiamo imparato ad amare), con i Red Hot Chili Peppers di Californication come colonna sonora.

Il profumo della libertà ha il sapore di una Harley

Ecco, in quei lunghi momenti abbiamo avuto tempo per riflettere. Lì, in South Dakota, di tempo c’è n’è, e anche in sella a una moto da 400 kg non ci si deve preoccupare delle curve, non ce ne sono. E poi, come abbiamo scoperto coi giorni, le Harley vanno dritte da sole, anche senza mani, come se sapessero volare sulle ali della libertà. Insomma, per farla breve ci siamo chiesti il significato di quella frase, se davvero avesse un senso, se davvero si può essere liberi di viaggiare, di inforcare le due ruote, di perdersi in quel delirio di vibrazioni, sprofondati in una sella difficile da stringere fra le gambe tanto è larga, perdendosi in quel sound tantrico che alla lunga ipnotizza e finisce per essere l’unico rumore possibile, la colonna sonora della vita. Ha senso, liberi (e in moto), o piuttosto morti? Abbiamo scoperto che la risposta fa paura.

L'anima rapita da una vita che non è la tua

Al diavolo quella frase, non l’avessimo mai letta. Nell’attesa, abbiamo aspettato un tramonto, quando Sturgis e le Black Hills vi entrano nel cuore. Nel cuore abbiamo ancora il frastuono del raduno di moto più grande e sognato del mondo, dove la birra, i saloon, le donne, le t-shirt bagnate avvinghiate al corpo di una ragazza che si offre di lavarvi la moto per una manciata di dollari, vi rapiscono l’anima (e farsela ridare, convincendosi che Milano, o l’Italia, possano essere il luogo della vita, è davvero difficile). Le montagne scure, pensavamo, queste sì ci aiuteranno a capire. Così, percorrendo le uniche curve dello stato degne di chiamarsi tali, sulle Black Hills, col motore mai oltre i 2.000 giri, lontani dalla confusione dello Sturgis Motorcycle Rally, abbiamo deciso. Una risposta alla domanda Live free or die non c’è. Meglio, noi non l’abbiamo trovata. La verità? Venire a Sturgis, raggiungere in moto una terra selvaggia come il South Dakota non è come raggiungere una meta. Il fascino sta nel viaggio per arrivarci (che per molti bikers americani dura giorni e giorni, in groppa alla loro Harley, inforcate spesso con moglie e figli al seguito), qualcosa che ha il profumo della leggenda, delle antiche migrazioni verso l’ovest.

La condivisione delle emozioni, viaggio nel viaggio

Abbiamo parlato con un veterano della guerra del Golfo, con la faccia segnata dalla vita, sfregiata, con la bandana stretta sulla testa e lo sguardo nascosto dietro lenti scure come la notte, uno che a Sturgis ci passa sette giorni e sette notti, fra concerti, fiumi di birra, profumo di carne di bufalo alla griglia e concessionari che ti customizzano l’Harley davanti agli occhi. Parlandoci abbiamo scoperto che non c’è una vera ragione se ogni anno, da settantanni, c’è mezzo milione di motociclisti che dimentica la vita, gli affari, i pensieri e viene qui, inseguendo un sogno che con la libertà ha molto a che fare. La chiameremmo una libertà di gruppo, condivisa. A Sturgis nessuno è mai davvero solo. Da quando state ore in colonna per raggiungere la Main Street in agonizzanti code che vi cuociono il fondoschiena (guai a superare le auto davanti, rischiate che vi arrestino) a quando come fieri cavalieri affrontate quei 400 metri di strada che valgono mille red carpet a Hollywood. Qui non siete mai soli. Ad unirvi agli altri c’è la passione per le due ruote, c’è l’Harley, una fede, uno stile di vita, un credo collettivo. Certo, ci si può vestire, addobbarsi con gilet di pelle, mettersi un paio di corna d’alce in testa, ricoprirsi ogni cm di pelle con i tattoo più azzardati. Qui non c’è stranezza che faccia scalpore. Niente, lei, la vostra Harley rimarrà la protagonista. Electra Glide Classic, Road King in stile custom, Street Glide, bassa e tagliata per le curve (si fa per dire…), Softail Heritage Classic, l’Harley-Davidson da viaggio più celebrata. Loro sono le protagoniste, tutte special, nessuna uguale all’altra. Di 883 nemmeno l’ombra, o quasi. 

La personalizzazione che arriva dal cuore

Le dimensioni però qui non centrano. Centra la personalizzazione, il tocco, il pezzo fatto a mano, il colore impossibile, la cromatura che abbaglia. Il grand-daddy of all rallies, il nonno di tutti i raduni, come lo chiamano da queste parti, per noi italiani è al massimo Il Raduno, quello che si fa una volta e si racconta per tutta la vita. Ma qui no, gli yankee se lo fanno tutti gli anni. E tutti gli anni sono felici di fare e rifare le stesse strade (hanging around lo chiamano qui), di andare e tornare a far visita ai quattro faccioni dei presidenti scolpiti sul Mount Rushmore, di far tappa all’impressionante Crazy Horse Memorial, il monumento dedicato a Cavallo Pazzo, uno dei più grandi capi della storia dei Nativi d’America, di gironzolare senza meta nel Custer State Park, dove le mandrie di bufali vivono ancora libere nelle praterie come ai tempi della “frontiera”. Ogni giorno, per una settimana, qui si inforca la moto e si va, nel vicino Wyoming ad esempio, alla Devils Tower inquietante cono di pietra che si erge misterioso sulla grande pianura, magnetismo puro, che ha ispirato anche Spielberg per il suo Incontri ravvicinati del terzo tipo. Signori, benvenuti nell’intramontabile mito degli Easy Rider.

Basta parole, andateci. Punto e basta

Se amate la moto, che sia un’Harley o meno, non potete non esserci. Avete poco meno di cento giorni da oggi. Trovatevi un hotel, un motel, un campeggio o piantate una tenda nel giardino di qualche casa (chiedendo e pagando, ovvio). O fate base a Rapid City, come abbiamo fatto noi, a una trentina di miglia dal raduno, perfetta base per raggiungere ogni luogo. Fatelo adesso, perché a Sturgis conviene organizzarsi in anticipo. Ma andateci. Non immaginate solo quella Main Steet dove fare la vasca in sella: mezz’ora avanti e indietro e vi sentite un po’ stupidi. Andateci per sentirvi centauri del mondo, anche con una moto giapponese e un casco integrale, ne abbiamo visti. A legarvi ci penserà un magma di mille scarichi rombanti, che dura giorno e notte, un ritmo tantrico, stordente. Qui per divertirsi bastano ancora quattro tubi piegati, una sella rasoterra e le immancabili “good vibrations” del due cilindri a V. Era il sogno di due signori di Milwaukee, Wisconsin, mentre trafficavano con i loro attrezzi in un capanno sulle rive del lago Michigan. Sulla porta di lì a poco ci avrebbero scritto Harley Davidson Motor Co. Era il 1903, l’inizio di un mito. Grazie ragazzi! Grazie per aver alimentato il desiderio di una vita "on the road". Ride free, or die. Ricordate?

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