Ultimo aggiornamento  26 giugno 2019 22:32

Tesla Model 3, i conti che non tornano.

Flavio Pompetti ·

New York – Mancavano due minuti alla mezzanotte di New York quando Elon Musk, eccitato quanto imbarazzato nel ruolo di banditore, ha annunciato che la sua Tesla Model 3 appena svelata sul palco alle sue spalle aveva già raccolto 115.000 prenotazioni nel giorno del suo debutto. Prima della fine della notte a Los Angeles le richieste, accompagnate da un deposito di mille dollari, sarebbero cresciute a 133.000 per poi crescere al momento in cui scrivo a 276 mila.

La Tesla Model 3 è una vettura da record. Vi ricordo qualche numero. E’ la prima elettrica pura a cinque posti con un’autonomia da 400 km. Autopilota standard e accelerazione da 0 a 100 kmh in meno di sei secondi anche nel modello base da 35.000 dollari. Per alimentarla la Tesla dovrà raddoppiare il numero di batterie al litio attualmente prodotte in tutto il mondo, e lo farà nel suo nuovo impianto in Nevada. Nel prossimo anno Musk ha promesso di raddoppiare anche le 3.600 stazioni di ricarica veloce attualmente esistenti nei cinque continenti.

Detto questo, l’azienda dell’inventore-imprenditore sud africano si trova in un momento di transizione, che l’evento spettacolare della presentazione della Model 3 ha catturato in modo esemplare.

La cornice del lancio era quella consueta alla quale l’industria dell’auto ci ha abituato: sala oceanica di un teatro, riflettori e speakers che bombardavano brani di Elton John e degli Stones, telo bianco sull’auto da svelare. E poi cocktails, tacos e coppette di risotto distribuite generosamente tra la folla degli invitati. La Model 3 è l’auto che proietterà la Tesla nella produzione di massa (l’ambizione è di spingere verso i limiti la capacità di 500.000 vetture dell’impianto di Freemont, che quest’anno dovrebbe sfornare nei piani dell’azienda 90.000 tra Model S e Model X). La giovane ribelle “anti- establishment” si appresta quindi a diventare un legittimo protagonista della centenaria industria americana dell’auto.

Inusuale invece era l’ora della presentazione: le 20:30 a Los Angeles, tempo di party dopolavoristico piuttosto che prime time mediatico. Infatti l’evento non è entrato nelle programmazioni televisive, e si è svolto tutto all’interno dello streaming sul sito web della Tesla che lo trasmetteva. Il pubblico poi brillava per un abbigliamento adeguato al formato: jeans a camicia sbottonata; padri e madri accanto ai figli cresciuti a sushi e software. Una folla di appassionati clienti eclissava quello di giornalisti e addetti i lavori che domina con la sua presenza le presentazioni ortodosse di altre case. In prima fila nel salone del design di Hawthorne c’erano entusiasti, giovani milionari della Silicon Valley che ordinavano due o tre Model 3 ciascuno: una per il garage personale, le altre da regalare ad amici ancora non convertiti al culto della Tesla.

E’ in questa dicotomia tra passato e futuro, tra la dimensione di club privato e quella di una moderna casa automobilistica che si dibatte a questo punto la Tesla. E la cosa che dà da pensare è che sta affrontando questo momento di passaggio con un’auto che non c’è. Musk giovedì sera si è detto sicuro che la Model 3 esordirà entro la fine del 2017, poi ha avuto un momento di esitazione e un sorriso beffardo. Sa bene che chi ha osservato da vicino lo stato dei progetti parla piuttosto del 2018, se non addirittura dell’anno successivo, il che lascerebbe ad un’altra elettrica da 35.000 dollari: la Chevy Bolt, il campo libero per due anni di fila, nonché la palma di innovatrice del mercato della quale la Tesla si è fregiata finora.

Il fatto poi che Musk abbia lanciato la Model 3 con un anno e mezzo, o forse tre di anticipo sulla produzione, apre l’ultimo doloroso sipario sulla questione finanziaria. La Tesla vende da undici anni con enorme successo un sogno: quello di una transizione verso l’energia pulita e l’abbattimento delle emissioni nei trasporti. Un sogno così potente da aver conferito a un’azienda che vende 50.000 vetture l’anno un valore azionario pari a due terzi quello della General Motors, che di auto ne fa quasi 10 milioni. La beffa è però che proprio il 2015, anno record di vendite per la Tesla, ha mostrato che il modello industriale dell’azienda non tiene, e che per paradosso l’impennata delle vendite corrisponde a quella delle perdite (quasi 900 milioni di dollari, 17.700 dollari per ogni auto venduta).

La Model 3 è un’auto di sogno, ma alla luce dei conti il sogno è quello che l’azienda sia ancora in vita al momento in cui la vettura vedrà la luce. Ce lo auguriamo tutti, perché di quel sogno siamo partecipi e diretti interessati.

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