Ultimo aggiornamento  08 aprile 2020 05:03

"Speed sisters", donne palestinesi al volante.

Paolo Borgognone ·

Cinque ragazze inseguono un sogno. Sfidano tradizioni e consuetudini, affrontano difficoltà di ogni genere, sociali, politiche, economiche, personali, lavorando come un team – con gioie e dolori, simpatie e antipatie, come in ogni rapporto – per arrivare al loro scopo. Mostrando di non essere da meno dei maschi, anzi, mettendoci quel pizzico di grinta in più che le donne hanno. E alla fine, tra rovesci e trionfi, paure e gioie, conquistano il podio, si impongono alla attenzione del mondo intero.

Sembra la trama di un film. È la trama di un film. Il film si chiama “Speed Sisters”, lo ha girato una regista canadese di passaporto ma libanese di origine, Amber Fares. E la cosa più emozionante è che parliamo di una storia vera.

Le “Speed Sisters” sono cinque ragazze del West Bank, cioè della Cisgiordania. Uno degli scenari di guerra più pericolosi del mondo, una zona rivendicata prima inutilmente dalla Giordania, almeno fino al 1988, occupata militarmente da Israele fin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, parte integrante di quello Stato Palestinese che è al centro di uno dei grandi teatri di conflitto del Medio Oriente.

Lo sport preferito

Il loro sport è la velocità. Le “Speed Sisters”, infatti, sono il primo team da corsa tutto femminile del mondo arabo. Si sono formate nel 2009 con l’aiuto determinante del consolato britannico a Gerusalemme. E sono famose. Alla faccia delle tradizioni di una cultura che – almeno per come è percepita da noi - non lascia molto spazio di manovra alle donne; ma quale cultura lo fa realmente, alla fine?

Alla faccia della guerra perenne con le forze di occupazione che certo non amano vedere auto sfrecciare a tutta velocità nei pressi dei loro nervosi posti di blocco. Alla faccia delle difficoltà economiche e di approvvigionamento di qualsiasi bene di consumo, risultato di anni di blocco navale e aereo sulla zona.

Sfruttando i pochi spazi liberi, il mercato della frutta a Jenin, o la pista di atterraggio dell’elicottero presidenziale a Betlemme, il mondo delle corse è arrivato anche in Palestina e Marah Zahalka, Betty Saadeh, Mona Ali, Noor Daoud e la “capitana” Maysoon Jayyusi hanno indossato casco e guanti sopra lunghe acconciature ricce e unghie laccate alla perfezione e hanno iniziato a dare spettacolo. E col pedale ci vanno giù dure, come hanno imparato presto i colleghi maschi della zona.

Il film di Amber Fares le segue in questo percorso. La passione per la velocità delle ragazze – ognuna col proprio background, ognuna con una sua storia – mentre affrontano gli sterrati del West Bank, costruendosi le macchina con quello che c’è, pezzo per pezzo, “one piece at a time” come cantava Johnny Cash in una sua famosa canzone dedicata al romanzo d’amore tra un uomo il suo sogno a quattro ruote.

Ognuna di loro può contare sul sostegno della famiglia. Perché se c’è una cosa che questa storia ci costringe a fare è di smetterla di correre dietro al cliché della cultura oppressiva e castrante e scoprire invece che padri, fratelli, amici, sono i primi sostenitori ; in prima fila a tifare, impegnati fino a notte fonda a preparare le auto per la gara successiva. Condividendo ogni passo dell’adrenalinica avventura delle ragazze.

Una avventura– lo dice espressamente Maysoon Jayyusi che oltre a guidare il team è anche la rappresentante FIA per la Palestina – dalla doppia valenza. Serve a spiegare, da un lato, a chi ancora non lo ha capito che il confine della potenzialità delle donne, anche in settori tradizionalmente maschili, non esiste. E dall’altro è un grido di libertà: un grido che racconta come anche i Palestinesi vogliono, possono – devono – avere una vita normale.

Mollare mai

Anche a dispetto dell’ingrombrante presenza delle forze occupanti. In una delle scene più inquietanti dell’intero documentario alcune delle ragazze “incrociano” un posto di blocco e una di loro, Betty, viene colpita da un proiettile di gomma. Agghiacciante – soprattutto per la sua reale quotidianità - il commento di una delle sue compagne: “Pensi che siccome sei bionda non ti sparino addosso?”.

Dopo la realizzazione del film le cinque ragazze non hanno mollato. Anzi per alcune, come per Noor Daoud che ha potuto sfruttare il suo passaporto americano, si sono aperte le porte delle competizioni internazionali. Le altre, anche se alle prese con le restrizioni dei territori occupati, hanno continuato a correre, in Palestina e nelle zone confinanti.

Presentato in molti film festival sia al di qua che al di là dell’Atlantico, “Speed Sisters” - arrivato fino in Australia - è stato accolto entusiasticamente. “Ovunque sia stato proiettato – ha detto la regista Amber Fares – la reazione del pubblico è stata eccezionale. Tutti escono dalla sala di proiezione sentendosi ispirati dalla storia e dal coraggio di queste ragazze. Non solo, il film presenta un aspetto della vita del Medio Oriente e della Palestina in particolare – che non è conosciuto. Sappiamo tutti quello che le cronache riportano ogni giorno e in particolare la convinzione che lo sciovinismo religioso releghi le donne ad un ruolo subalterno in questi Paesi. Questo è vero, certamente. Ma non del tutto e l’immagine che esce da questo film rende maggiormente giustizia alle donne e agli uomini della Palestina e di tutta la regione”.

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