Ultimo aggiornamento  23 settembre 2019 22:36

Usa, la strada e il fucile.

Paolo Borgognone ·

Che gli incidenti stradali siano una piaga comune a tutto il mondo non è certo una novità. Vale per l’Italia – dove ACI e Istat hanno fotografato una pericolosa situazione, con addirittura una crescita nel numero dei sinistri nel rimo semestre del 2015 - e anche per il resto del mondo industrializzato, alle prese con un fenomeno simile.

Analizzando i dati sugli incidenti stradali negli Stati Uniti, non ci si trova davanti a sorprese particolari. Un Paese vastissimo e di massiccia motorizzazione, dove l’auto è spesso anche più di un semplice mezzo di trasporto, come tanti film e libri ci hanno spiegato, non può non avere a che fare con un tasso alto di incidentalità. Nel 2014 32.675 persone sono morte per incidente stradale negli Usa, con un calo quasi infinitesimale rispetto all’anno precedente. Anche se il trend nel decennio 2005-2014 è stato estremamente positivo con un calo percentuale del 25% dei morti nel periodo, per il primo semestre 2015 anche gli States prevedono un aumento dell’incidentalità, per la prima volta dall’inizio della recessione globale.

Come se non bastasse c’è una notizia che in qualche modo accresce l’angoscia per quello che succede oltreoceano. Secondo uno studio del Violence Policy Center – un’organizzazione che ha come scopo quello di informare il pubblico sui rischi del proliferare delle armi da fuoco – il 2014 ha visto un clamoroso sorpasso: lo stato del Tennessee, infatti, ha registrato più morti per “incidenti” legati all’uso delle armi da fuoco che per incidenti stradali. La notizia è in ogni senso sbalorditiva. Eppure, secondo il Violence Policy Center, nel corso dell’anno 1.020 persone sono morte per incidenti collegati alle armi da fuoco nello stato di Memphis. Nello stesso periodo, a leggere i dati del Tennessee Department of Safety and Homeland Security, i morti sulle strade sono stati 906.

Quel Secondo Emendamento

Come sempre, su questo argomento si è aperto un dibattito anche aspro tra i fautori del controllo delle armi e chi invece difende il diritto dei cittadini americani ad avere un’arma. La situazione legislativa è nota. Fin dal 1791 il Secondo Emendamento della cosiddetta “Dichiarazione dei Diritti” - un testo complementare alla Costituzione, realizzato su pressione dell’allora Presidente Thomas Jefferson – sancisce “il diritto di possedere armi” per i cittadini americani per difendere se stessi, la famiglia e la proprietà. Fin dalla sua entrata in vigore l’emendamento ha diviso opinione pubblica e giuristi. Nel 2008, tuttavia, una sentenza della Corte Suprema – dichiarando nulla una legge del District of Columbia che vietava ai residenti di Washington il possesso di armi – ha riconosciuto il diritto a portare armi come un diritto inviolabile e quindi pari a quello di voto e alla libertà di espressione.

Secondo i fautori di un controllo maggiore da parte dello Stato, il trend del numero dei morti per uso delle armi da fuoco nel periodo 2005-2014, al contrario di quanto successo per gli incidenti stradali (da 1.191 a 906), è in crescita. (Da 865 a 1.020). Un attivista del controllo delle armi, l’avvocato Ladd Everitt, direttore della comunicazione della Coalition to End Gun Violence, ha dichiarato: “Oggi negli States oltre il 90% dei cittadini in età attiva possiede una automobile, mentre il 32% ha un’arma. Che il costo in vite umane tra i due fenomeni sia cosi vicino è allarmante“. Secondo il Violence Policy Center, “spetta al governo centrale intervenire, senza necessariamente mettere in ginocchio l’industria delle armi. Si tratta di regolamentare l’uso delle armi più pericolose, i fucili in particolare”.

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