Ultimo aggiornamento  19 febbraio 2019 18:37

Polveri sottili, che rischio è.

Paolo Borgognone ·

Di inquinamento atmosferico, polveri sottili e dei riflessi sulla salute di tutti noi sentiamo parlare sempre più spesso e con preoccupazione crescente. Al solito sono i dati scientifici a fornire il campanello d’allarme più evidente di una situazione che rischia di trasformarsi in catastrofe.

Nel 2015 – dice Legambiente nel suo recente studio “Mal’aria di città 2016”- ben 48 città italiane sono risultate fuorilegge per la concentrazione del pericolosissimo PM10, con la maglia nera attribuita a Frosinone, che ha sforato i limiti imposti dalla legge ben 115 volte. Ma non va meglio né in Pianura Padana né nelle grandi concentrazioni urbane.

Lo sforamento, va detto, riguarda quasi tutti i Paesi europei: anche se tra il 1990 e il 2010 l’emissione totale di PM10 e del suo “gemello infinitesimale”, il pericolosissimo PM2,5 in Europa è diminuita del 25%, tuttavia la necessità di rispettare i parametri per la salute è una delle priorità della Commissione europea. Continuando nei numeri, terribili sono le statistiche degli effetti dell’inquinamento – che non è dato solo dal PM ma anche da altri agenti ugualmente pericolosi – sulle vite dei cittadini europei. Secondo Legambiente ci sarebbero state nel 2012 400.000 morti premature nella Unione europea; in Italia 59.500 decessi prematuri per PM2,5; 3.300 per l’ozono; 21.600 per il biossido di azoto (anno 2012). I danni sociali sono stimati ad una cifra fra i 47 e i 142 miliardi di euro l’anno.

Il particolato atmosferico (PM – Particulate Matter, in inglese ) rappresenta oggi l’inquinante a maggior impatto ambientale nelle aree urbane: si tratta di particelle aerodisperse, solide o liquide a formare una concentrazione detta aerosol e si chiamano “primarie” quando sono emesse da sorgenti antropiche e “secondarie” che invece sono il risultato di reazioni chimiche e fisiche nell’atmosfera. Anche se il traffico non è l’unico responsabile dell’emissione nell’atmosfera di particolato – attribuibile in parte agli impianti di combustione non industriale e ai processi produttivi nell’industria dell’acciaio e del ferro - la concentrazione nelle aree urbane rappresenta una fetta importante (oltre il 27%) delle oltre 173.000 tonnellate di PM10 prodotti in Italia (dati 2008).

Inoltre si diversificano due tipi di particolato, differenziati per il diametro delle polveri. Il pm10, ovvero particelle microscopiche con un diametro aerodinamico uguale o inferiore a 10 millesimi di millimetro e il PM2,5, un particolato fine con diametro inferiore a 2,5 µm, cioè un quarto di centesimo di millimetro.

Il particolato - all’interno del quale si trovano idrocarburi, cadmio, nichel- prodotto soprattutto dai motori diesel - è responsabile di una serie di patologie che vanno dalle affezioni delle prime vie respiratorie a problemi molto più gravi. Infatti se le particelle più grandi possono essere filtrate agevolmente dal naso, man mano che queste scendono di misura, riescono a oltrepassare le barriere naturali e ad arrivare persino a livello degli alvei polmonari.

Anche se da un punto di vista strettamente medico si stanno ancora studiando gli effetti in particolare a lungo termine, è già noto come il PM10 sia responsabile specificatamente dell’insorgenza di patologie respiratorie come le bronchiti e l’asma. Ancora più pericolose le PM2,5 responsabili dell’insorgenza di tumori. 

Cosa si può fare

E’ di poche settimane fa la pubblicazione della bozza strategica proposta dall’industria europea dell’auto riunita nell’Acea, con proposte per tagliare le emissioni di CO2 nel settore trasporti entro il 2030. Secondo i costruttori, le nuove auto porteranno ad un abbattimento delle emissioni del 42% nel 2021 rispetto al 2005. E questo grazie anche ad un ambizioso progetto di ripavimentazione delle strade europee sulle quali dovrebbe diffondersi una superficie a bassa resistenza in grado di ridurre attrito e dunque le emissioni. Un altro fronte – ancora più “verde”, letteralmente – per combattere il fenomeno dell’inquinamento atmosferico è quello naturale. E’ noto, infatti, come esistano delle piante “mangia smog”. In particolare quelle a foglia larga e ruvida. E se questo vale per le piante da appartamento (si sa che i Ficus, ad esempio sono ottimi per assorbire il fumo) a maggior ragione succede nelle aree più ampie. La Warnell University, negli Usa, ha calcolato in un proprio studio che un viale alberato può abbattere l’inquinamento delle auto che lo percorrono del 60%. Se ne sono accorte anche le amministrazioni locali in Italia: a Firenze e Parma sono stati piantati boschi di biocompensazione e la stessa cosa – in occasione dell’Expo- è avvenuta a Milano con 180.000 alberi a formare i cosiddetti “boschetti del benvenuto”.

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