Ultimo aggiornamento  16 dicembre 2019 13:36

Hit the road, Jack!

Giuseppe Cesaro ·

C’è un tempo per ogni cosa”, recita il Qoelet, ma molto più di una canzone per ogni stato d’animo, verrebbe da chiosare. E da che l’auto è auto e la canzone canzone, il cocktail macchina-strada-panorama-emozioni è tra le miscele più esplosive tra quelle che sanno mandare fuori giri il motore che ci muove. Parliamo di quelle che nella madrepatria di blues, jazz, rock e pop (il continente immaginario che si formerebbe fondendo Usa e Regno Unito) vengono definite “road trip songs” o “highway songs”: canzoni da viaggio o da “statale” (nel senso di strada, ovviamente).
Metterle una in fila all’altra significa comporre una playlist virtualmente infinita. Una supercompilation che permetterebbe di percorrere più volte i 40mila chilometri necessari a circumnavigare il globo all’altezza dell’equatore (a proposito: sapevate che, già 240 anni prima di Cristo, Eratostene di Cirene aveva stabilito che la Terra era una sfera con una circonferenza di poco più di 39mila chilometri?) senza rinunciare alla compagnia di decine di classici. Ballad che non smettono mai di dire quello che hanno da dire (che non è affatto poco), né di prendere e sorprendere. Non parliamo solamente di canzoni che hanno come protagoniste un certo tipo o modello di macchina o una strada più o meno famosa, parliamo anche di quei brani che per “mood” (umore, stato d’animo) o “groove” (ritmo, andamento) danno il meglio di sé soprattutto quando sediamo al volante della nostra quattroruote (meglio ancora se cabrio) e ci godiamo un videoclip straordinario, gentilmente fornito dal panorama e proiettato sui sedici/noni del parabrezza. Impossibile stilarne un elenco completo.
Quello che si può fare è provare a suggerire una start-up playlist: cinque brani in rigoroso ordine alfabetico (impossibile stabilire una classifica di qualità tra canzoni e interpreti di questo livello) – che proveremo ad integrare prossimamente su queste pagine.

1. “America” (Simon & Garfunkel, 1968)

Il racconto di un epico viaggio di formazione alla scoperta dell’America tra autostop e Greyhound, i famosi pullman grigi, protagonisti di mille scene in altrettanti film, che sfrecciano sulle strade d’oltreoceano, contrassegnati dall’immagine di un levriero lanciato a tutta velocità (greyhound significa, appunto, levriero). Nati nel 1914 in Minnesota dall’idea di un immigrato svedese, questi levrieri collegano oggi qualcosa come duemilaquattrocento città degli Stati Uniti e oltre mille del Canada, è sono diventati uno dei simboli della vita e della cultura americana.

2. “Born to run” (“Nati per correre”, Bruce Springsteen, 1975)

Correre senza fermarsi mai, attraverso un presente nel quale non ci sono posti in cui nascondersi, per fuggire da tutto ciò che soffoca, limita e opprime, e inseguire il sogno di essere fino in fondo se stessi, costi quel che costi. Poesia ed energia coniugate all’ennesima potenza – sia nel testo che nella struttura musicale e nelle sonorità – per un pezzo che non è solo una perfetta highway song, ma anche uno dei brani più belli, importanti e significativi dell’intera storia rock.

3. “Hit the Road Jack” (“Mettiti in marcia”, Percy Mayfield)

Classico R&B datato 1961 (indimenticabile e imperdibile la versione di Ray Charles), racconta, con una sorprendente cascata di accordi e un linguaggio piuttosto diretto, lo scivolone di un casanova, squattrinato e buono a nulla, buttato fuori di casa dalla sua donna, la quale lo invita a mettersi in marcia (nel senso di levarsi dai piedi) e non farsi più vedere. 

4. “Highway star” (“Stella della strada”, Deep Purple, 1972)

Vero e proprio manifesto di un classico binomio rock: velocità/libertà. “Nessuno prenderà la mia macchina, la incollerò alla strada, nessuno batterà la mia macchina, supererà la velocità del suono, oooh è una macchina letale...”. Brano elettrizzante e trascinante (con tanto di parallelo, tutt’altro che velato, tra le prestazioni dell’auto e quelle della ragazza del tizio alla guida), al centro della quale è incastonato uno degli assolo più belli e famosi della storia del rock, opera del grande Ritchie Blackmor.

5. “Little Deuce Coupe” (“Diavoletto di coupè”, The Beach Boys, 1963)

Nello slang americano l’espressione “Deuce coupe” si riferiva ad una Ford coupe del 1932: un’auto simbolo, che sarebbe diventata una vera e propria icona dello spirito ruggente dell’America giovane degli inizi degli anni ’60; spirito magistralmente rappresentato da “American Graffiti”, il film di George Lucas del 1973. I Beach Boys – che, per tutta la prima metà degli anni sessanta, contendono ai Beatles la palma della band più innovativa e rappresentativa della rivoluzione pop - dopo tre dischi ispirati al surf, dedicano il loro quarto album all’automobile. Protagoniste assolute le cosiddette “hot rod” (auto di serie elaborate per correre), tra le quali un posto di primo piano nell’immaginario di quella generazione è occupato dalla meravigliosa coupè blu che troneggia nella copertina dell’album; copertina ripresa dal numero di luglio del 1961 della prestigiosa “Hot Rod Magazine”. 

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