Ultimo aggiornamento  22 ottobre 2019 05:14

Brexit soffia sull’industria dell’auto.

Paolo Borgognone ·

Il 23 giugno del 79 d.C. Tito succede come imperatore a Vespasiano, morto poche ore prima ad Aquae Cutuliae; in questo stesso giorno del 1688 nasce a Napoli Giovan Battista Vico; nel 1894 il Barone De Coubertin fonda a Parigi il Comitato Olimpico Internazionale e sempre quello stesso giorno a Richmond Upon Thames vede la luce Edward Albert Christian George Andrew Patrick David Windsor, che sarà Re d’Inghilterra tra il 20 gennaio e l’11 dicembre del 1936 col nome di Eduardo VIII, prima di abdicare per sposarsi civilmente con Wallis Simpson. Il 23 giugno rischia di tornare di nuovo ad essere una data fondamentale nella storia del Regno Unito perché proprio in questo giorno del 2016 i britannici saranno chiamati a pronunciarsi sulla cosiddetta Brexit, cioè sull’intenzione del loro Paese di lasciare la Unione europea.

Promesso in campagna elettorale dal Primo Ministro Cameron e fortemente voluto dal Partito Conservatore – tradizionalmente euroscettico a grande maggioranza - il referendum vorrebbe mettere fine alla partecipazione del Regno Unito alle cose economiche europee ed è atteso da molti come un passaggio epocale sia per l’economia di Sua Maestà che per il resto dell’Europa. La cancellazione delle spese che il Regno Unito ha per partecipare al budget europeo – si parla dello 0,5% del PIL – sarebbe, secondo molti, controbilanciato da una grave emorragia economica che, dicono alcuni, potrebbe portare ad una perdita pro capite del Pil fino a 1025 euro. Secondo molti analisti, il settore finanziario avrebbe un calo stimato intorno al 5% con punte superiori all’11% nel settore chimico.

Anche l’automotive, uno dei fattori trainanti della economia britannica, in buona parte grazie a consistenti investimenti esteri, potrebbe essere a rischio. Cerchiamo di capire preoccupazioni e speranze dei pro e contro l’Europa.

I perché del “Sì”

Si concentrano soprattutto sul valore degli investimenti internazionali le ragioni di chi si oppone all’uscita del Regno Unito dalla Unione europea. Toyota - ad esempio – ha scelto fin dal 1992 l’Inghilterra come principale testa di ponte in Europa, con i suoi 3.400 occupati nelle sedi di Burnaston e Deedside e un investimento da oltre 2.2 miliardi di sterline. Sullo stesso tenore l’investimento effettuato nella zona di Swindon da Honda che occupa 3.000 persone e ha nel Regno Unito il 40% del proprio business, come della Nissan a Sunderland. Anche la Bmw – proprietaria di marchi storici come la Rolls-Royce e la Mini – si è espressa auspicando che il Regno Unito rimanga “…un membro attivo ed influente della Unione europea”.

Più in generale la Gran Bretagna ha costruito nel 2014 ben 1,59 milioni di auto e l’industria del settore ha impiegato 800.000 persone. Sette dei principali produttori di auto hanno la loro sede in questo Paese, sei studi di design riconosciuti a livello mondiale, 7 team di F1, 13 centri di ricerca e sviluppo, oltre 100 marchi specialisti. Tutti contribuiscono a fare del Regno Unito una forza trainante del Vecchio Continente in questo settore e l’uscita eventuale del Paese dalla Unione europeanon potrebbe che avere pesanti ripercussioni. Il commercio dell’auto – in tutti i suoi componenti – si stima rappresenti l’11,8% dell’export inglese e l’esempio della piccola Norvegia – che ha aderito allo European Free Trade Association fin dalla Fondazione nel 1960 e da cui Il Regno Unito è uscito nel 1972 o dell’Islanda - non pare poter essere replicato dall’altra parte della Manica.

I perché del “No”

Lo scenario para-apocalittico presentato da chi teme l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea è sostanzialmente negato da chi invece si è schierato a favore di questo epocale passo. In particolare su questo lato della tenzone politica ci si scaglia contro l’industria dell’auto, accusata di voler influenzare la scelta britannica non per amor di giustizia ma soltanto per meri interessi economici. E si fa notare che la stessa industria ha giocato un ruolo pesante nella scelta del 2002 di aderire alla Unione: in quel momento, infatti, molti produttori minacciarono di abbandonare con i loro investimenti presenti e futuri il suolo inglese se questo non fosse diventato parte integrante del più grande mercato europeo. Un mercato – dicono i fautori della Brexit – i cui benefici sarebbero, tuttavia, soltanto illusori. Si ritiene, anzi, che i maggiori benefici siano andati proprio a quei Paesi che hanno scelto di non entrare nella Unione e che avrebbero sperimentato, in questi anni, una crescita superiore a quella dei Paesi membri.

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