Ultimo aggiornamento  18 agosto 2018 04:39

Auto, il futuro dietro le spalle.

Giuseppe Cesaro ·

Nissan IDS Concept

Nelle concessionarie e sulle strade, nove auto su dieci sono elettriche. Siamo nel 2050? No, nel 1890. Incredibile? Ma vero. Non sempre il futuro è davanti a noi. A volte è alle nostre spalle, dove lo abbiamo abbandonato, forse un po’ troppo frettolosamente. E se, guardando nel retrovisore, scoprissimo che i nostri bisnonni erano più avanti di noi e che, rispetto a loro, siamo noi quelli che sono rimasti indietro? Corriamo il rischio: potremmo non pentircene. Anzi.

Va da sé che oggi guidiamo auto infinitamente più moderne e più belle delle loro, ma siamo sicuri che siano anche migliori? Guardandosi intorno viene da dubitarne. Basta analizzare l’aria che respiriamo o lo stato di salute del traffico per capire che la mobilità deve cambiare faccia. In fretta. E non solo in città. E, dato che l’auto privata non ha alcuna intenzione di passare la mano, abbiamo un bisogno disperato di mezzi sempre più puliti, economici, silenziosi e più facili da guidare. Esattamente ciò che l’auto elettrica è stata sin dalla sua prima apparizione, più di un secolo e mezzo fa.

Correva il 1839

È il 1839, infatti, quando Robert Anderson utilizza l’energia prodotta da batterie non ricaricabili per muovere una specie di carrozza. Venticinque anni prima del motore a vapore (realizzato nel 1864 da Vincenzo Manzetti) e quasi quarant’anni prima del quattro tempi a combustione interna, messo a punto nel 1876 da Nikolaus August Otto. La paternità della nuova invenzione è incerta. Agli inizi dell’Ottocento, infatti, sono in molti tra Ungheria, Olanda, Regno Unito, Francia e Stati Uniti a pensare di sfruttare l’elettricità per rottamare i cavalli e dotare l’umanità di un mezzo che incarni al meglio lo spirito ruggente della Rivoluzione Industriale. Tra il 1865 e il 1881, due francesi - Gaston Plante e Camille Faure - apportano miglioramenti significativi alle batterie, aprendo la strada alla produzione di auto elettriche.

In Francia e Gran Bretagna nascono le prime fabbriche. Pochi anni più tardi (1890) l’auto elettrica conquista gli Stati Uniti, grazie a un chimico dell’Iowa - William Morrison – che realizza un veicolo in grado di trasportare sei passeggeri ad una velocità di 14 miglia (22,5km) all’ora. Ma il progresso corre ancora più veloce e meno di dieci anni più tardi (1899) la “Jamais Contente”, un veicolo elettrico a forma di razzo costruito dal belga Camille Jenatzy, diviene il primo mezzo a motore della storia a infrangere il muro dei 100km/h.

Un’epopea esaltante, interrotta, quasi sul nascere, da limiti tecnici oggettivi (batterie, autonomia, velocità) e condizionamenti “politici” (strapotere di petrolio e derivati), ormai superati, sia dalle conquiste della tecnica che dal maturare di una sempre più forte coscienza ambientale. Un’idea brillante, pulita, economica e fortemente innovativa, che torna prepotentemente alla ribalta del mercato, come chiave di volta della nuova stagione della mobilità. Il futuro ha un cuore antico. Sarà lui a regalarci l’energia nuova di cui abbiamo bisogno.

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