Monolith, il suv infernale.

Paolo Borgognone ·

Cosa succede se il nostro splendido suv nero - costoso, super moderno e iper protettivo - a bordo del quale pensiamo di dominare il mondo, si trasforma in una trappola che rischia di toglierci la cosa più importante che abbiamo? E' la domanda che si pone e ci pone "Monolith", il film di Ivan Silvestrini, nato da un soggetto di Roberto Recchioni, il curatore di "Dylan Dog" e che esce nel fine settimana in 200 sale italiane. Un thriller che, in realtà, somiglia tanto a un horror.

La trama 

La storia è semplice: Sandra, una giovane e bella ex star del pop parte per un viaggio verso Los Angeles sulle tracce del marito che forse la tradisce. Con lei, assicurato al suo seggiolino, il figlio di due anni, David. La donna viaggia a bordo del Monolith, un suv nero, potente e zeppo di soluzioni tecnologiche all'avanguardia: tutte le attività sono controllate via app e l'auto è praticamente inattaccabile. Tutto bene finché si è a bordo. Ma quando Sandra distrattamente scende e lascia il figlio chiuso in auto, in pieno deserto, le cose si complicano. E' notte, ma di giorno la temperatura sul Monolith salirà a livelli inauditi. Per il piccolo David non ci sarà scampo. Per la protagonista inizia una corsa contro il tempo per battere i dispositivi di sicurezza del suo suv e salvare la vita del figlio. 

Tributi storici

"La storia di questo film indaga il nostro rapporto con la tecnologia iperprotettiva che si sostituisce sempre più a noi e alle nostre scelte. Come un ventre oscuro la Monolith protegge il bambino di Sandra da tutto e da tutti. Lei compresa". Queste le parole del regista italiano Ivan Silvestrini che non ha nascosto l'esplicito tributo del suo film al leggendario "Duel", il primo lungometraggio del 1971 firmato da un allora 25enne Steven Spielberg, uscito poi nelle sale cinematografiche nel 1973. In quel film David Mann, un commesso viaggiatore, ingaggia un duello mortale con un'autocisterna che sembra guidata da una forza sovrannaturale, lungo le strade del deserto. 

4 ruote cattive

Il film di Silvestrini paga tributo anche a due altri cult del genere. Intanto "La macchina nera", pellicola del 1977 di Elliot Silverstein, la cui protagonista è un'auto scura - una Lincoln Continental Mark III del 1971 - che sembra animata da un feroce spirito malvagio. Lo slogan che accompagnò l'uscita del film in Italia nel 1978, recitava: "Il male guida la macchina nera".

L'altro film di riferimento è "Christine la macchina infernale", pellicola del 1983 diretta da John Carpenter e tratto dal quasi omonimo romanzo di Stephen King. Qui la Plymouth Fury del 1957 del protagonista, Arnie Cunningham è la personificazione stessa del male ed è "viva".

Auto del nostro tempo 

E' interessante notare lo sviluppo dell'immagine dei veicoli in questi film. In "Duel" l'autocisterna è vecchia e arrugginita, emette un preoccupante fumo nero e sembra cadere a pezzi. La pericolosissima Plymouth rossa e bianca chiamata Christine e la gigantesca Lincoln di "La macchina nera", rappresentano gli anni d'oro di quella che Stephen King chiamava "la storia d'amore degli americani con la loro automobile". Oggi la protagonista a 4 ruote della vicenda non ha le grandi "code" e le scintillanti cromature delle vetture anni '60: al cento della storia c'è invece un suv, dall'aspetto esterno quasi minimale, connesso e modernissimo, il tipo di auto che rappresenta al meglio la versione del sogno americano ai tempi di Trump.

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