Gli Eagles in note per la "piccola bastarda".

Giuseppe Cesaro ·

“Corro lungo la strada, cercando di alleggerire il carico dei pensieri, ho in mente sette donne: quattro vogliono possedermi, due vogliono lapidarmi e una dice di essere mia amica. Non te la prendere, non te la prendere, non lasciare che il suono delle tue stesse ruote ti faccia impazzire […] Me ne sto a un angolo di strada a Winslow, Arizona, ed è proprio un gran bel vedere: una ragazza - mio Dio - su una Ford coi sedili ribaltabili, che rallenta per darmi un'occhiata: vieni baby, non dire ‘forse’, devo sapere se il tuo dolce amore mi salverà”.

Hotel California

Comincia così “Take It Easy” (1972) - brano scritto a quattro mani da Jackson Browne (tra i più grandi songwriter statunitensi) e Glenn Frey (musicista e autore, morto nel gennaio 2016 a 67 anni) - e comincia anche la carriera degli Eagles, leggendaria rock band americana, 75sima tra i 100 più grandi artisti di sempre, secondo “Rolling Stone”. Perché ne parliamo proprio oggi? Perché il 7 maggio del 1977 – 40 anni fa esatti – il singolo “Hotel California” (49sima, per “RS”, tra le 500 migliori canzoni)  – raggiungeva il primo posto nella classifica di “Billboard”. Quell’anno, l’album che porta lo stesso nome del singolo, fu premiato con il Grammy come Disco dell’Anno e si trova al 37simo posto della classifica di “RS” dei 500 Album più grandi di tutti i tempi. Del resto ben cinque “Aquile” su sette - Don HenleyJoe WalshDon FelderTimothy Schmit e Bernie Leadon - sono nate nel ’47, come la Ferrari: qualcosa vorrà pur dire, no? 

Una vita spericolata

Il terzo singolo estratto da “Hotel California” è “Life In The Fast Lane”, che potremmo tradurre “Vita spericolata”. Nello slang americano, infatti, “Fast lane”, che letteralmente significa “corsia veloce”, si riferisce a una vita vissuta senza alcun riguardo per il futuro. È la storia di una coppia – lui “selvaggiamente bello”, lei “bella da morire” - che vive di eccessi e ama spingersi sempre oltre ogni limite. “Una vita spericolata ti fa certamente uscire di testa; vivere al massimo, avere tutto, sempre; fumati, eccitati, accecati dalla sete, non videro il segnale di stop e le cose cominciarono a mettersi male […] sfrecciavano sulla superstrada, continuando a cazzeggiare e si erano persi, ma se ne fregavano, morivano solo dalla voglia di godersela: era una vita spericolata, una vita spericolata.”

James Dean e la Piccola bastarda

Vita spericolata come quella che, nell’immaginario non solo americano, incarnava James Dean, grazie ai ruoli estremi interpretati in sole tre pellicole, divenute subito altrettanti cult: “La valle dell’Eden” (1955, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck, Nobel per la Letteratura nel 1962), “Gioventù bruciata” (1955) e “Il Gigante” (1956). Al “Ribelle senza causa” (è questo il titolo originale di “Gioventù bruciata”) - morto il 30 settembre 1955 a soli 24 anni, a bordo della sua Porsche Spyder 550 decappottabile, soprannominata “Piccola bastarda” - gli Eagles hanno dedicato un brano intitolato, appunto, “James Dean”, inserito nel loro terzo album “On The Border”, uscito nel marzo del 1974. “James Dean, James Dean, so cosa volevi dire: hai detto tutto in modo così netto e so che la mia vita sembrerebbe bella se la vedessi sullo schermo; anche se non avevi una causa, eri il ribelle più subdolo; troppo fico per la scuola – balli, bibite, basket e officina – e l’unica cosa che ti piaceva era infrangere le regole. […] Piccolo James Dean che sullo schermo cercavi di capire chi eri, ma poi è apparsa una spider, ha preso il guidatore e lo ha portato sulla strada dell’eternità. Eri troppo veloce (ma ‘fast’ in inglese significa anche “intelligente”, “avanti”, “sensibile”) per vivere e troppo giovane per morire, addio, addio.”

La storia smentisce il mito

Tutto questo nel mito. Nella realtà, invece, non fu la “vita spericolata” a uccidere James Dean. Quel venerdì pomeriggio di fine settembre, infatti, il “ribelle senza causa” era sì al volante della sua “Piccola bastarda”, sulla Route 466 - diretto verso Salinas (California), per partecipare a una gara automobilistica - ma non stava correndo. Secondo quanto più volte dichiarato da Ron Nelson – il poliziotto che per primo raggiunse il luogo dell’incidente – “i segni della frenata indicavano che la Porsche non viaggiava a più di 55 miglia all’ora (88,5km.): la velocità consentita in quel tratto”. Anche perché – ha sottolineato Nelson – se fosse andata a 90miglia (145km), come qualcuno aveva sostenuto, “della Porsche non sarebbe rimasto nulla”.

Il mito sconfigge la storia

Cos’era successo, allora? All’incrocio a Y tra la 466 e la 41, Donald Gene Turnupseed – uno studente ventitreenne, alla guida di una Ford Custom Tudor coupé bianca e nera del 1950 – non vede la sagoma schiacciata della Porsche (era quasi il tramonto) e svolta a sinistra sulla 466, finendo nella stessa corsia nella quale viaggia Dean. L’impatto è quasi frontale. E, per l’attore, mortale. Lo studente, invece, se la caverà con qualche ferita di lieve entità. "Quel ragazzo dovrà pur fermarsi... Ci vedrà!", sembra che abbia detto Dean a Rolf Wütherich, il meccanico, che gli sedeva accanto. Pare siano state queste le sue ultime parole. La morte di Dean, dunque, non fu imputabile alla velocità. E nemmeno all’alcol, visto che, come più volte ricordato da Nelson, il test del sangue - obbligatorio per tutte le vittime di incidente stradale – diede esito negativo. Probabilmente, la gioventù bruciata di James Dean si deve al fatto che le luci della sua auto non erano accese. Questa, almeno, la tesi di Ron Nelson – morto nel 2012 a 94 anni – secondo il quale “se la Porsche avesse avuto i fari accesi, Turnupseed avrebbe visto Dean e non si sarebbe immesso sulla sua corsia”. Non c’è niente da fare: anche quando la Storia smentisce il mito, il mito riesce sempre ad aver ragione della Storia

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